Vivere fotografando

Vivere fotografando

Ilha de Moçambique, 2015

Così dice Faust a Mefistofele: “Se dirò all’attimo: fermati! Sei così bello! Allora mi potrai gettare in catene, allora potrò andare in rovina”. Neanche molto tempo dopo la stesura di questi versi, il sogno romantico era realizzato. Oggi non è più necessario fare patti col diavolo, la bellezza fugace può essere bloccata nei sali d’argento. Si deve ammettere che in questo caso la tecnologia ha dilatato le dimensioni dello spirito umano (PS = steso nel 1993, a quell’epoca non sapevo nulla di apparecchiature digitali).

Si enfatizza troppo il vedere, l’ “occhio fotografico”. Non basta vedere. In realtà di immagini se ne vedono anche troppe, se si suppone di guardare al mondo come da dietro ad una macchina fotografica, il problema è di quante e quali vengono imprigionate sulla pellicola, e “come”. Qui, ben più che la tecnica conta il nostro modo di porci di fronte al mondo. C’è il rischio che ad essere perennemente fotografi ci si renda perennemente predatori. Bisogna darsi dei limiti. Una di questi sarebbe che non si fanno foto di umani se non ci si conquista con loro un qualche livello di interazione. Considerata così, la fotografia è secondariamente tecnica e arte, e primariamente una modalità di stare con gli altri. Le immagini, in altre parole, sono elargite dalla sovrabbondanza del rapporto – mai catturate. Nessun ritratto, ad esempio, dovrebbe essere fatto contravvenendo questa regola.