TACCUINI DI VIAGGIO E STANZIALI

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Ilha de Moçambique, 2015

  1. Campo di concentramento di Oranienburg-Sachsenhausen: Una cinquantina di km a Nord di Berlino. Era il campo dei detenuti politici, degli omosessuali, dei prigionieri (militari e civili) dei territori occupati.

 Ho passato più di un anno in Inghilterra tra il Luglio 1991 e l’inizio Settembre 1992. Due mesi li ho dedicati a sviluppare un po’ la lingua, che prima di allora avevo appreso autodidatticamente – soprattutto per avere accesso alla letteratura medica. Fu in una scuola di Norwich.

Il resto di quel tempo l’ho passato a Londra, frequentando un corso di Sanità Pubblica presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine.
Ero alloggiato in una residenza per studenti vicina alla stazione di Paddington.

Negli intervalli di vacanza ho compiuto vari viaggi all’interno del paese, ad esempio nel Devon, in Cornovaglia, nel Norfolk e nel Suffolk; poi a York, Manchester, Oxford, Cambridge, sulla costa della Manica.
Anche un paio di escursioni in treno a Parigi, e una in Portogallo.
Di tutto questo quasi non trovo traccia tra le mie note, ricostruisco i percorsi da foto e materiali turistici.
Non credo di aver perso testi, semplicemente non li ho prodotti. Ero troppo assorbito dagli studi, che mi avevano inoculato un’inattesa ansietà da prestazione (o paura di fallimento, una vera e propria regressione. La vidi in altri colleghi di corso quarantenni, e persino cinquantenni).
Non ebbi empatia con quel paese, pur godendo del suo paesaggio e ammirando le sue magnifiche istituzioni culturali. Ne ammiravo anche la lingua, così asciutta ed efficiente, senza amarla e perciò senza mai impararla bene. Non stabilii alcun legame di amicizia significativo con colleghi di studio inglesi. Non ebbi storie sentimentali. Fu un anno di impegno e privazione, vissuto pensando al sempre più imminente ritorno in Mozambico. Un interminabile conteggio alla rovescia.
Perciò non trovo strana la modesta e frammentaria quantità di scritti.
Non hanno alcuna pretesa, né originalità.
Li trascrivo con alterazioni marginali, sono l’esile testimonianza di un pezzo di vita che, comunque, è passato.

  1. Regionale Vicenza-Mestre. Quanti italiani frequentano abitualmente i treni pendolari? Visto lo stato di degrado in cui li si trova, la risposta ci darebbe una misura della povertà che si sta insinuando tra noi. Io non appartengo ancora a questa crescente minoranza. Sono un relativo privilegiato, ma fa bene rinfrescare una memoria che risale a decenni fa, quando non c’era immigrazione, e l’Italia non era un paese multietnico.

Quando rientrai in Italia nel 2009 e mi trovai davanti all’incubo dell’inattività, misi in cantiere una serie di progetti letterari, nessuno dei quali si è realizzato. Uno di questi era comporre il “diario di un anno”: mi proponevo, a partire da una qualsiasi data, di registrare per ogni giorno dell’anno un evento, un ricordo, dialogo, aneddoto, osservazione, ritaglio di giornale locale etc., corredato - quando non parlasse da solo - da opportune riflessioni.

Il presupposto soggiacente era quello che in 365 entries avrei esplorato tutta la gamma delle più significative esperienze umane. In altre parole - a non viverla distrattamente, a scrutarla con l’avidità di un ricercatore - la vita è sempre di inaudita ricchezza. In essa non ci sono grandi e piccoli eventi, né centro e periferia, e neppure persone insignificanti e “alte”. È lo sguardo che gettiamo sul mondo che determina il suo valore.
L’esperimento è iniziato, ma non è stato portato a termine cosicché non ho potuto dimostrare (anzitutto a me stesso) la tesi di partenza.
Scrivere richiede disciplina e fatica. Deve essere un compito quotidiano, da svolgere con diligenza e anche contro voglia, con o senza “ispirazione”, assegnandogli una ben precisa quota di energia. Avere visioni di progetti è facile, altra cosa dare loro corpo e mantenerli, cioè farli crescere giorno per giorno e portarli avanti stringendo i denti anche nei momenti di stasi, dubbio e vuoto creativo. Di quell’idea resta per ora un moncone appena accennato. Ma niente impedirà di riprenderlo, perché la vita è sempre lì, con il giro dei suoi 365 giorni all’anno.

 

Ci deve essere stato un giorno nell’età dell’oro in cui gli dei dell’Olimpo si sbizzarrirono su una loro possibile residenza invernale, come rimedio ai freddi della montagna balcanica. Svolazzarono in lungo e in largo sul loro mare – il Mediterraneo – e, pervenuti sul Golfo di Napoli, dissero tutti, senza esitazione: qui. È difficile concepire un assetto naturale più dolce, potente, magico, perfetto.