Musica per orecchianti

Musica per orecchianti

Benguela (Angola), 2007

Un amico (V. C.) mi faceva notare come neppure al Principe Elettore di Sassonia fosse data l’opportunità di avere a corte ogni tipo di musica: doveva ingaggiare un’orchestra, un coro, dei cantanti e offrire un contratto ad un buon Kappelmeister. Il repertorio sarebbe stato quello che il suo “cuoco musicale” avrebbe saputo cucinargli, a meno di non licenziarlo e prenderne un altro. Invece io – con il mio walkman nello zaino – mi porto dietro per un fin di settimana un campionario di tre secoli di musica.

None sinfonie a confronto. Lo Schubert della IX (la cosiddetta Grande) si veste da Beethoven. Ma è un Beethoven senza facies leonina, senza sopracciglia minacciose. Dietro a lenti spessissime c’è uno sguardo infuocato, ma viene da un occhio irreparabilmente miope. Schubert ingrossa muscoli che non ha, monta una perorazione in cui non si ergono torsi, ma balla una pancia (conclusione del I tempo). Vorrebbe essere titanico, ma gli riesce “solo” di essere rapsodico, fiabesco, leggendario (II tempo). Nel III movimento sfida il maestro grattando i violoncelli, ma si imbuca nella tenerezza e nella nostalgia, sicché il trionfo lo colgono i legni. Nel IV tempo propone un suo Inno alla Gioia, e invece si fa prendere da una girandola festosa che si smarrisce. E ci va bene così, è lui, ci commuove perché è uno Schubert smisurato, non un Beethoven di seconda mano.