Mozambico pubblico e privato

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MEMBA  (Mozambico), 2008

Mozambico

Pubblico 

e privato

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Ilha de Moçambique, 2009 

Beira. L’ora del tiro delle reti a riva è un momento di geometrie lineari e parallele, iterate all’infinito. Raccolto il pesce, si torna alla realtà puntiforme delle ombre che si disperdono. Poi incombe il sole di mezzogiorno, nient’altro che esso su un paesaggio vuoto. Tutto si è svolto e dissolto nello spazio di un’ora.

Potere maieutico del crimine, Maputo. Un amico brutalizzato da una rapina a mano armata in casa – e non per la prima volta – fa il passo fatale dell’outsider: cerca residenza per barricarvisi dentro in una zona protetta della città, in un ghetto per ricchi e stranieri, compra una TV a grande schermo per i figli perché non escano in strada, e via dicendo. Non è un colpo di testa. In una città difesa da inferriate la criminalità ha scoperto la chiave che le apre: gli ostaggi. Non c’è misura difensiva che non porti ad un’escalation dall’altra parte: lo si era visto qualche mese fa con le facilitazioni del porto d’armi, che hanno condotto ad una carneficina per sparamento preventivo delle vittime, che volevano difendere il loro bene. Neanche i criminali amano rischiare, il livello di scontro non lo si alza mai da soli. Più di uno prevede che se l’onda di banditismo sale oltre un certo limite ci sarà un’epidemia di necklaces nei quartieri poveri, cosa che è già successa per la stessa ragione qualche anno fa. Con queste spirali la società si imbarbarisce, ritrovandosi in un punto che non credeva. Lo stesso amico, intensamente legato al Mozambico, dopo il trauma della violenza subita dice di sentirsi “diverso da prima”.

Esercizi di globalizzazione. Nelle campagne attorno a Mossuril – forse anche in virtù dell’allacciamento elettrico, ma questa non è la spiegazione principale – si incontrano nel mato ragazzi con videocassette sottobraccio. Sono contadini e, più spesso, pescatori; hanno contratto matrimoni tradizionali, ossequiano l’Islam, mantengono credenze magiche, accettano una mortalità infantile sicuramente fra il 100 e il 150 per mille, forse più alta, non si proteggono in alcun modo dall’AIDS nella loro (energica) attività sessuale. Sanno tutto della più recente produzione cinematografica di film violenti. I loro attori prediletti sono i body-builders californiani più deformi. Ne sanno i nomi, uno per uno: Stallone, Schwarzenegger, Van Damme …

Terra e pazienza. I mozambicani incassano lo structural adjustment delle istituzioni di credito internazionali senza battere ciglio. Oltrefrontiera la stessa “cura” susciterebbe convulsioni: vedi il vicino Zimbabwe, sconvolto da tumulti di piazza solo per una bouffée inflattiva. Ci si fa domande sulla insolita tenuta di un paese uscito da una guerra annientatrice e classificato tra gli ultimi cinque nella scala mondiale della povertà. Come spiegate tutto questo?

Ci potrebbe essere una secolare “cultura popolare della sottomissione”, fatta di accettazione passiva di decisioni dall’alto, e di una loro eventuale messa in scacco al momento dell’applicazione. Qual’è l’origine di questo comportamento? Tradizionale? Coloniale? E se sì (in entrambi i casi), perché questa cultura non esiste in un paese “affine” come l’Angola? La trama delle cause va oltre la radice bantu e il passato coloniale, il ventaglio di determinanti è più articolato. Chi comanda in ogni caso tiene conto di questa passività e afferma con impudenza che “o nosso povo è paciente”.

Quando una società cambia, cambiano anche i suoi odori e rumori di fondo. Nella tavolozza olfattiva di Maputo sono comparsi stabilmente tre odori: quello della polluzione da veicoli stradali, quello dei fast-food e take-away e quello dei profumi da uomo, raramente di marca. Il nuovo rumore di fondo - che si è sovrapposto al fragore già cospicuo di una città mozambicana - è quello degli allarmi elettronici che scattano in continuazione.