Davanti ai rottami e alle ammaccature di un incidente l’autore dice: “Tentei virar, mas o volante não obedeceu”. Poi chiosa sulla difficoltà di “dominar o carro”; dominar è un verbo che ricorre quando ci si riferisce ad una donna che resiste alla pressione sessuale, e viene soggiogata ai bisogni del partner maschio. Nella sala di imbarco dell’aeroporto, alle prese con un ritardo che non finisce mai, si sente: “Esta noite o avião não vai dormir aqui”. Le macchine hanno vita e ritmi loro, con esse si dialoga e si fanno compromessi (che possono non andare in porto). Di sicuro non sono mere esecutrici di comandi.

Non è vero che il bosco africano non ha odori. Quelli di Inhaca sono impareggiabili: la materia organica che si disfa nel fango tiepido dei mangais, il sentore di liquirizia in vicinanza delle dune, quello quasi da macchia temperata del mato fechado. Forse è stata la pioggia a rendere queste esalazioni. Dopo ventiquattr’ore di rovesci, l’isola, lavata di pioggia tiepida in ogni suo stelo, in ogni sua foglia, è stata restituita alla luce del mattino tutta bella e profumata.

Ad Inhaca c’è una specie di sinfonia. Chi ama l’isola la riconosce e va ad ascoltarla. Invece di svolgersi temporalmente lo fa spazialmente, per sentirla bisogna quindi vagare. I suoni non sono in sequenza, ma simultanei, dispersi in una vasta interfacie terra-acqua. In certe posizioni domina il basso continuo (o il rullo di timpano?) dell’Oceano, in altre è il trionfo dei fiati: gli uccelli; ci sono attimi e luoghi in cui tutto si rarefà e non resta che cogliere – come un pizzicato in sordina – il gorgoglio della marea che va verso il centro della baia; poi gli archi spiegati del vento teso sulla spiaggia, e così via.

Marracuene-Ponta Macaneta, foce del Nkomati. Ancora la magia delle foci: il tumulto dell’Oceano con le sue spume, il fiume che defluisce in silenzio dietro una duna coperta di fiori, senza sapere l’uno dell’altro, pure così vicini! Ad un certo punto si ha la città davanti agli occhi, bianca, come un muro da toccare al di là del verde delle mangrovie. È vicina, ma è lontana allo stesso tempo, come interdetta da fango e dalle correnti che si mettono in mezzo.

Il senso fisico e di compagnia dell’Oceano, che sta a lato e respira. È una presenza che rasserena, sempre uguale e diverso.

Cerimonia funebre a Beluluane. Nubi, vento, canto di uccelli. La città è vicina, ma scomparsa, è diventata irrilevante. Sarebbe impensabile il culto dei defunti, il loro “aleggiare” continuo attorno a noi, senza la contiguità fisica con la loro tomba, il periodico accudirli con oggetti e cure, con parole dette ad alta voce, chiamandoli per nome. L’anima quindi non è un’astrazione nella cultura bantu-africana. Non va da un’altra parte, il suo aldilà è ancora il nostro mondo.

Bilene. All’assalto delle onde oceaniche contro le rocce si preferisce la stasi delle lagune che si scaldano nell’oro del pomeriggio, prendendo un colore giallo-rosa. Le nubi le sovrastano e ad un certo punto sembrano fermarsi, come se lassù il vento fosse caduto. Basta il velo di sabbia e pini che fa da schermo per dimenticare l’Oceano, che è vicino: ne resta un lontano brusio che non arriva neppure a coprire il frullo di una gazzella in fuga tra gli alberi. Le grandi pozze lagunari sono il regno degli uccelli. Sono splendidi, ma ci sfuggono sistematicamente. Solo timidezza di predati, oppure anche dispetto per la nostra intrusione nel loro regno? Alla fine dei pescatori, ci traghettano dall’altra parte, hanno capito che ci siamo persi e ci soccorrono per buon cuore. Non chiedono nulla. Questa giornata riconcilia con un paese inferocito, che a tratti ha reso noi estranei e lui e lui a se stesso.

Viaggio in barca all’Ilha Xefina. Un’altra volta Maputo vicinissima e lontanissima. Altra giornata nel microcosmo dei pescatori. Vicinanza di corpi, abitudine alla contiguità, percezione dell’altro come sostegno e fonte di calore. Strutturazione degli equipaggi: il vecchio, l’apprendista adolescente, i bambini che vanno a spasso, ma intanto imparano a veleggiare.

Magude è un poggio che domina l’ansa del Nkomati, verde e piena di vita umana. Attorno è la solita piccola immensità del Mozambico. Piccola perché sempre uguale, sempre ritrovata, sempre rassicurante.

Magude ospedale: il bambino contadino che si accosta alla madre esausta per le fatiche del parto e guarda il nuovo venuto. Questo – ad esempio – è qualcosa di sacro.

Revisione completata il 04.02/2017