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Il compagno di viaggio che siede a lato appartiene ad un’influente famiglia politica del Centro. È un uomo acuto, anticonformista, si è avvalso di buoni studi in un’università europea (e ci tiene a dirlo). Aveva posizioni di responsabilità nel Ministero dove lavoro, ma ora lo si direbbe emarginato e fa senza angoscia il battitore libero. Aspetta tempi buoni per lui?

Naturalmente arriviamo subito al dunque. YYY è un uomo che si prepara a salire, aspetta solo segnali inequivocabili da parte di “colui” che lo chiamerà. Adesso si capisce che è una decisione presa da tempo, in anni di falsa sottomissione, rivalsa soffocata, compromessi. Si prenderà una rivincita al momento dovuto. Gli pongo il problema della possibile divisione del paese, un pericolo; è inevitabile, ribatte. Alla fine della discussione, mentre l’aereo sobbalza paurosamente nella linea di discesa verso Tete e la sua valle polverosa, mi fa notare enigmaticamente che, se è vero che il Sud ha espresso finora la classe dirigente intellettuale (ingegneri, medici, giuristi etc.), il Centro-Nord ha in mano le chiavi dell’esercito e degli apparati di sicurezza.

Rivedo Quelimane dopo 7 anni, ma sono 11 che non vi soggiorno. Sono preparato ad uno scenario di distruzione (è stata occhio del ciclone durante la guerra), ma mi sorprende l’aspetto dignitoso e ben conservato della cittadina. Apprezzo meglio di una volta la sua architettura coloniale discreta e leggera, le case con i grandi cortili e le verande sulla strada, la pullulazione di bambini misti che sciamano dalle scuole: a ricordare la sua natura creola. Non è una nota di colore. La società creola del Centro è un punto nevralgico per dipanare la crisi del momento attuale.

Le persone informate della comunità internazionale mi aggiornano sullo stato delle cose nella provincia. Si vive una fase di crisi di regime, di passaggio. I poteri dello stato sono evaporati: la Zambézia in questo momento è di fatto governata dalle agenzie ONU e dalla galassia delle Organizzazioni non Governative (ONG-NGOs). Si palpa una vera e propria perdita di sovranità nazionale. Un amico particolarmente beffardo (G. M.) dice che è molto se le autorità riescono a mettere ordine nella loro casa e nelle loro suppellettili personali, figuriamoci territorio e popolazione. Ogni iniziativa si origine lontano dallo stato, che è adesso un aggregato di simboli e rituali.

R. P., che gestisce aiuti italiani, mi parla della dialettica della pace e della riconciliazione e usa l’espressione “passettini laboriosissimi”, apparentemente insignificanti, dai quali deve cominciare lo sgretolamento di montagne di diffidenza, incomprensione, sospetto. È su di esse che cresce l’odio, che genera azioni; da cui nuovo odio, e nuove azioni … la spirale ben nota. Tessitura paziente, R. P. pare avere questa dote di saper guardare e aspettare. La storia d’Europa non ci può aiutare in questa dialettica. I nostri conflitti sono stati conclusi da un esercito battuto che depone le armi, da un paese che si consegna ad un vincitore riconosciuto e nei quali le perdite civili sono un indesiderato effetto collaterale; quando la guerra è apertamente civile, come quella in Italia tra il ’43 e il ’45, la vittoria di una parte è inequivocabile, e non c’è niente da trattare. Ma quello che sta accadendo qui è qualcosa cui non siamo abituati. Due contendenti mortalmente nemici sono arrivati all’accettazione (perché costretti, o per forza delle circostanze) che la guerra non è vincibile e che quindi deve essere reversibilizzata. Clausewitz non dà grandi lumi teorici in queste faccende, non menziona guerre civili nel suo Vom Kriege. Per il fatto che essa è “proseguimento della politica con altri mezzi”, lui presuppone che essa sia risolutiva e che sblocchi la situazione in un nuovo equilibrio di forze. Cioè, solo dopo un chiarimento manu armata, si potrà tornare all’arena politica. Ma niente di tutto questo sta succedendo in Mozambico. Le due parti si sono combattute fino all’esaurimento reciproco e adesso si debbono abituare alla convivenza, mettendo in moto strumenti civili che potrebbero far avere a una delle due (quale?) ciò che non ha saputo conquistarsi nella zona di fuoco. C’è dell’inedito e dell’affascinante in questa situazione, nessuno di chi vive in questo paese ne sa qualcosa e nessun “advice” gli può venire dagli outsiders piovuti a grappoli. Per tutto questo è giusto definire la cosa non tanto esecuzione di un accordo, ma “processo” = una cosa che si fa per strada, imparando a farla, per il fatto che intanto tiene, poi perché succedono eventi che disattivano le armi e il muro di incomunicabilità che le fa tenere in mano.

A Milange è meglio andare in aereo: l’alternativa alla strada più corta, che attraversa il cuore delle basi RENAMO in Zambézia, in pessimo stato e minata, è un assurdo giro di 650 chilometri via Gurué e Molumbo, sfiorando Cuamba … magari intravvedendo da lontano la sua montagna. Sorvolando l’abitato prima di scendere sulla pista si ha l’impressione di una cittadina del far west su cui si sia abbattuto un tornado: non c’è un unico tetto intero. Mettendoci piede si costata un livello di distruzione cui non ero ancora abituato. Tranne una dozzina di edifici recuperati da organizzazioni private o commercianti, tutto il resto è una sequenza di case bruciate, dinamitate o – molto più frequentemente – denudate di ogni contenuto e infisso. Quasi che uno sciame di cavallette capaci di divorare tutto, meno pietra e cemento, vi fosse passato sopra. Infatti, è successo proprio questo.

In questo modo ho imparato le principali modalità di distruzione che la guerra ha messo in opera: quella casuale (dovuta alle deflagrazioni del combattimento) e quella selettiva (i dinamitamenti e gli incendi propositati) hanno un ruolo secondario. Quasi tutto quello che si vede è predazione, con punte sempre imbattute – vedi Milange e Morrumbala – lungo la frontiera malawiana. Si viene a sapere che dopo la conquista di Milange da parte della RENAMO nel 1986, vere moltitudini di malawiani si rovesciarono al di qua della frontiera, non trattenuti da nessuno, a saccheggiare quello che gli abitanti in fuga avevano lasciato. I guerriglieri non stettero a guardare, si capisce, e si ingegnarono ad organizzare la spoliazione, a vantaggio del movimento e per predazione individuale. Fino al recupero della cittadina, avvenuto nel 1988 con un attacco di paracadutisti, ogni giorno camion malawiani passavano la frontiera portando di là cibo, e ogni altro bene trasportabile.

È sparito il thé. Chi arrivava da Mocuba (il mio ultimo viaggio era stato nell’81) era accolto alle porte della vila dai giardini orientali di questa coltivazione lussuosa, con le sue distese verde smeraldo e rilucenti sui pendii della montagna, punteggiate di eucalipti e jacarandá in fiore. Oggi ai due lati della strada si estende un irreparabile sterpeto. Le piante di thé – che devono restare arbusto e richiedono cure non lontanissime da quelle di un bonsai – svettano tra le erbacce. Da qualche parte una zappa ha ripristinato al loro posto dei fazzoletti di coltivazione tradizionale. Non si può dubitare sulla fine di questa coltura. Il patrimonio di mezzo secolo di cure millimetriche è stato spazzato via, l’intero parco macchine è stato sbriciolato e rubato, pezzo per pezzo. I suoi mille o diecimila frammenti stanno dall’altra parte della frontiera.

Mi faccio accompagnare da Daniel, un ex-militare, sulla montagna che domina fino a 1500 metri di altezza uno dei paesaggi più splendidi del Mozambico: la Zambézia spalancata davanti come un libro, verde fino all’inverosimile e ancora fumante di nebbie che il mattino non ha del tutto dissolto. Daniel ha fatto solo un anno di guerra, il 1984, e gli è bastato. Mi dice senza pudori che si è fatto raccomandare da un fratello influente – con amicizie importanti in capitale -, riuscendo così a sfuggire agli anni peggiori, che sarebbero venuti poi. Eppure anche il 1984 – un anno “minore” per intensità di operazioni belliche – non è stato uno scherzo. Ascoltandolo, ho perso il conto di tutte le manovre, dei capovolgimenti di fronte, dei recuperi e perdite di aree, degli attacchi a basi periferiche e centrali, delle imboscate fatte e subite. Mi sono chiesto se ci sarà un giorno qualcuno che farà la storia di tutto questo. Daniel mi parla con rispetto degli nyungwé della RENAMO, veri “guerrieri” dice. Non si può fare a meno di ricordare che è appunto dalle vicinanze di Tete – dl Prazo di Massangano, quello di Bonga – che venne la più devastante resistenza armata alla penetrazione coloniale. Fu a metà del 1800. Qui non si allude a “quarti di nobiltà anticoloniale” della RENAMO, si ricorda l’insopprimibile ribellismo della Valle dello Zambézi ai poteri centrali: a tutti, e quello della FRELIMO, ultimo venuto, non fa eccezione. Daniel chiama gli uomini di Dhlakhama bandidos ma non c’è rancore nelle sue parole, solo adeguamento alla terminologia corrente. È convinto che le guerre le vogliono i capi e che a gente come lui tocca invece farla.

Mentre si sale la montagna arrampicandosi per pendii più che scoscesi, tocco con mano il gap di 14 anni che ci separa e il diverso uso che entrambi abbiamo fatto del corpo: il mio respiro ansimante, la cedevolezza delle gambe che tremano e rifiutano di obbedire. Davanti a me vedo solo una caviglia leggera che mi distanzia irreparabilmente, con un anello di ottone che la ingentilisce. In una pausa per riprendere fiato Daniel mi spiega che quell’ornamento è un efficacissimo vaccino per non farsi prendere dal panico nelle imboscate: in questi casi si muore di paura, la pallottola che ti ferisce a morte arriva senza sibili, è già dentro quando capisci che è successo qualcosa. Salendo guardo con qualche ammirazione la leggerezza di questo giovane che si puntella con le mani sui germogli per andare avanti, ma non li svelle come me.

Sui pendii della montagna, dieci anni fa coperta di boschi, il disastro ecologico è in atto. Migliaia di contadini rifluiscono dal Malawi, dopo esservi fuggiti dalle più diverse aree della Zambézia. Si fermano qui ad aspettare che la situazione si chiarisca, prima del grande salto nel ventre della provincia messa a ferro e fuoco fino a pochi mesi fa. Sento risuonare attorno accenti Lomwé: contadini di Molocué, Lugela, Namarrói. La terra è incredibilmente fertile, ma poca in questa calca. Comincia così la nota sequenza di pressure on scarce land: alberi secolari tagliati, denudamento di terre nere in pendii a 45 gradi, raccolti prodigiosi (il primo anno), quindi l’accelerazione sfrenata del ciclo di erosione. In gennaio c’è stata una grossa frana, caduta per fortuna fuori dell’abitato, e io stesso costato con i miei 85 chili che il terriccio sotto i miei piedi si smuove come su una duna di Bazaruto. Tremo all’idea di cosa succederà alla prossima stagione delle piogge. Dall’altra parte della Montagna – in Malawi, dove non la guerra ma l’iniquità nella distribuzione di terra ha spinto migliaia di contadini sui pendii – il processo è andato molto più avanti. Lo scorso anno una frana ha fatto 600 morti e danni incalcolabili al fondo valle: come un trimestre di guerra civile a Milange. Sono entrambi disastri man-made , la natura violata non ha modalità fantasiose di reazione.

Si analizza la situazione con i “tecnici” del posto. Tutti outsiders. Milange è al momento il distretto più di moda nella provincia. Un folto gruppo di bianchi occupa l’unica pensione, decentemente restaurata, e passa il tempo libero a divergere sui numeri e a disseccare la politica con l’aiuto della birra malawiana. Il livello di informazione è alto, eppure adesso al punto di vista dell’antropologo preferirei quello del contadino: ma non ho idea di come parlare con lui. Gli outsiders sono generosi ed eccitati. Sono consci di essere in mezzo ad una sorta di esperimento sociologico sulla reversibilizzazione della guerra, e vi partecipano con l’entusiasmo di un ricercatore. A volte pare di essere in un laboratorio, si sente infatti parlare di “tecniche di pace”, “procedure di riconciliazione”, tra cui da apprezzare i “filtraggi selettivi dell’informazione”. Questi saperi tuttavia non hanno avuto gran risultati nel disastro bosniaco. Dentro di me non so risolvermi: a volte penso che c’è bisogno di una più vasta rivoluzione interiore, che attraversi il cuore di tutti gli uomini; oppure no, lasciare che le leggi del potere e dell’economia facciano fino in fondo la loro corsa e si esauriscano nell’inerzia, quando non c’è più substrato da divorare.

Mine anti-uomo: in questo processo non possono non entrare nel computo, e nel campo visivo-esistenziale. Ce ne sono 2 milioni in tutto il paese e non si sa quante in Zambézia, di sicuro una bella percentuale. L’ONU fa togliere quelle lungo le strade, per riattivare i processi economici, è una priorità ragionevole. I due eserciti potranno – se lo vorranno – rimuovere quelle di cui sono a rispettiva conoscenza, attorno alle basi, ai grossi obiettivi economici, alle caserme. Ma lo stillicidio di mine antiuomo disseminate durante le alterne vicende militari, delle quali non c’è nessuna mappa, delle quali nessuno si ricorda, chi le rimuoverà? Sulle mine si imparano molte cose. La più avanzata tecnologia di sminamento è offensiva e appartiene agli americani, che l’hanno sperimentata con successo in Iraq, aprendo vere autostrade alle truppe di Schwartzkopf in mezzo ai campi minati di Saddam Hussein. Ma laggiù si trattava di mine anti- carro. Quali briciole di questo sapere andranno ai Mozambicani? C’è da temere che la tecnologia appropriata (…) da usare qui sarà in parte il muso umido del capretto, il piede del contadino, la mano del bambino che gioca.

Si parla molto dei poteri tradizionali. È stato l’asso nella manica della RENAMO e solo troppo tardi la FRELIMO ha capito di dover loro andare a ruota. Tutti gli outsiders menzionano con padronanza di terminologia mfumos, mambos, sapandas, chefes de posto e régulos , e se li corteggiano. A me pare che dove c’è un vuoto di potere (e questo c’è anche nelle aree sotto controllo militare della RENAMO, perché il movimento non fa differenza tra destabilizzazione e controllo effettivo), la tradizione riempie un vuoto, dà un centro di coagulazione alla società rurale sconvolta e disorientata. Come poi questo potere tradizionale possa essere mantenuto oltre la fase di transizione attuale, e integrato nell’architettura del nuovo stato, è mistero profondo. A Milange sono contati 39 clan, con il rispettivo régulo al vertice della gerarchia tradizionale: quale o quali di essi saranno chiamati a rappresentare le popolazioni in un ipotetico organo locale? E se tutti ci entreranno, avranno uguale peso? Un prete italiano, che di queste cose ne sa abbastanza, dice di stare lontanissimi da un simile vespaio.

La guerra Milange: la storia di questo distretto enorme e popoloso è emblematica. Vi si concentrano alla massima potenza tutti gli elementi distruttivi di questa guerra, e le sue potenzialità evolutive più maligne. Qui cominciò negli anni ’70 la dissidenza armata (pilotata dal Malawi) alla FRELIMO, guerriglia che poi confluì o si trasformò nella RENAMO. Qui cominciò la prima rivolta di massa (seppure allegorica), nel 1979, al nuovo potere: fula vicenda dello chupa-sangue (= succhia-sangue-vampiro), che infiammò tutta la Zambézia e che io stesso potei vedere appena arrivato in Mozambico. Si saprà poi che fu orchestrata, ma questo non cancella il fatto che (già allora) portò alla dissidenza violenta decine di migliaia di contadini, e fece versare sangue. Quindi l’apparizione di terze e quarte forze, ovviamente armate (prevalentemente anti-RENAMO, come i Naparama e i Maria , con la loro base territoriale e il loro sistema di tributazione predatoria sulla popolazione, imparato dal nemico. Attorno a tutto questo, senza soluzione di continuità, un fiorente banditismo sociale. Come si fa a non vedere una “Somalia virtuale” con i suoi warlords?

Politici e militari della RENAMO: la rivincita della società creola, sociologia di un ceto “alieno” che vorrebbe emergere, o riemergere. Ho avuto più volte l’opportunità di conoscere rappresentanti politici della REANAMO, e non solo at the grassroots. È successo anche stavolta, e a lungo, giacché il personaggio che mi si è seduto a lato nel volo per Milange ha dovuto dividere con me anche la camera dell’alberghetto. È fatale, e doveroso, parlarsi. Mi ha sorpreso in tutti i casi di questi politici da me incrociati la loro “assimilazione” o il far parte di un’élite creola. Del resto anche uno dei loro defunti dirigenti (Evo Fernandes) aveva questa matrice. Ignoro il bias del mio campione. Il mio interlocutore zambéziano è un uomo colto per gli standards locali, viaggia portandosi dietro letteratura. Si definisce indo-africano, con sangue arabo e cultura occidentale; e ha i tratti somatici infallibili dell’afro-goese. È nato nel sud, ma ci tiene a ribadire con un certo zelo che si tratta di pura accidentalità. Lui è di qui, un zambéziano a tutti gli effetti. Ha fatto sei anni di carcere di sicurezza a Quelimane, credo a quanto racconta, intuitivamente. Anni più tardi saprò da una donna dell’altra parte che la versione da me accreditata era veridica. Forse, quando feci il medico laggiù per 6 mesi, nel lontano 1979, lo vidi portato in ospedale dal carcere per qualche problema di salute. Non posso giurare sulla memoria precisa, ma ricordo bene come gli ospedali a volte intercettassero detenuti “segreti” che per vera sofferenza o abile simulazione riuscivano a sottrarsi per un po’ alla morsa degli interrogatori dei conselheiros cubani, o alla desolazione delle celle di isolamento.

Come un altro loro “politico” da me conosciuto (a Maputo, nel 1992), quest’ultimo passato attraverso la deportazione nel Niassa, l’interlocutore è animato da un risentimento innegoziabile. Forse ci sono anche vendette personali da saldare, non solo politiche. Non riesco ad estorcergli comunque un programma diverso da quello del governo nemico in carica. Cosa farebbe di originale un’ipotetica leadership RENAMO, a parte una riassegnazione delle sedie su base regionale, con il Centro a fare la parte del leone? Su questo tasto (lo squilibrio etnico) l’interlocutore batte a lungo, anche con inesattezze. Gli sfugge ad esempio che l’etnia di gran lunga più onnivora nell’apparato dello stato, proporzionalmente al peso demografico, è la Bitonga, seguita da quella Chope, non la Changana. Lo sfogo di chi mi parla serve a capire che la spaccatura del paese sulla linea del Save è stata lungamente discussa ai quartier generali della guerriglia. Gli chiedo se si rende conto che “loro” non hanno quadri neppure per governare quello che resterà del Mozambico. Accetta la fondatezza della mia obiezione, ma ribatte parlandomi di centinaia di quadri del movimento in formazione nel Kenya o nella Germania Federale. Comunque, è abbastanza sveglio da ammettere che molti di loro potrebbero cambiare idea per strada e persino non tornarsene più nel paese. La FRELIMO è passata per queste sorprese. La mia sensazione è di un uomo che si muove nella società civile e che pensa di avere davanti un processo di pace. Cosa contano adesso questi “politici” del movimento? La domanda è importante, perché l’attuazione dell’accordo di pace e la gestione futura del paese passano per l’emarginazione più completa possibile delle rispettive ali armate. Per il momento i segnali non sono tranquillizzanti: nella RENAMO tutto il potere è in mano ai militari. Nelle zone controllate dalla guerriglia questi si permettono persino di disertare le riunioni di pacificazione cui vanno i “loro” civili. Questi ultimi d’altra parte vivono in città, non hanno fatto la guerra; in alcuni casi sono effetti della “campagna acquisti” dell’ultima ora, e sono visti con diffidenza da chi si è immerso da anni nel mato. Sono dilettanti di politica a tempo parziale, non professionisti di un’organizzazione che si prepara a prendere il potere e a tenerlo con gli strumenti del consenso. Sono – ancora – persone socialmente “presentabili”, molti di loro hanno forti tratti di assimilazione. Si presentano assai asimmetrici rispetto a chi ha insanguinato le campagne di questo paese con le armi in mano. Come che sia, il rafforzamento dell’ala politica della RENAMO è nell’interesse generale.

Nicoadala. Sorprende tanto sfacelo a poche decine di chilometri dalla capitale provinciale, sulla strada per Namacurra e Mocuba. La RENAMO vi fece irruzione pochi giorni prima dell’accordo di pace, distruggendo metà delle lojas e l’ospedale appena riabilitato da un’organizzazione italiana. Lo si sta recuperando un’altra volta e speriamo che sia l’ultima. La povertà attorno pare immensa. In mezzo al recinto dell’ospedale si vedono i baracconi del Centro Nutrizionale di World Vision. Medici, infermieri, sociologi, e poi motocicli, aerei cargo, camions di tutte le taglie per irregimentare alcune decine di madri a imboccare i loro figli denutriti. Mi chiedo se la distribuzione di panni decenti, al posto delle tele di sacco che tutte portano da anni, non avrebbe un maggiore impatto sulla sopravvivenza di adulti e bambini. Anche la ricostituzione della dignità e dell’autoimmagine sono fattori di salute, non solo i regimi ipercalorici-iperproteici, i microelementi, i vaccini. World Vision è molto lontana da questo ordine di pensieri. Sembra che i tecnici dell’organizzazione siano molto preoccupati dalla fuga delle madri dai baracconi, prima che il bambino sia da loro dichiarato “guarito”. È inutile spiegare che quelle fughe hanno assai ragionevoli motivazioni economiche e culturali. La verità è che questa faccenda intacca i loro indicatori di risultato, che essi perseguono con una sorta di fanatismo. Il giovane direttore dell’ospedale mi dice con disperazione che lo torchiano da giorni con pressioni e ricatti perché autorizzi a mettere una rete di recinzione attorno al Centro, che sarà così trasformato in un campo di concentramento.

Morrumbala appartiene alla “chiave strategica del paese”, quella lingua di terra lunga 300 chilometri che va dalla confluenza dello Chire nello Zambézi, alla foce del grande fiume nell’Oceano, da entrambi i lati. Chi è padrone di questo lembo ha in pugno il paese configurato dalla Conferenza di Berlino. Questo lembo è quasi interamente controllato dalla RENAMO. Da entrambi i lati del fiume si parla Ci-Sena, o sue varianti. Questo magma centrale Sena, col suo retroterra Malawiano, è il santuario della RENAMO. Il movimento, fortissimamente rappresentato nell’etnia Ndau, si insedia su una popolazione che gli è storicamente ostile: questi dettagli mostrano quanto sia imprudente trarre deduzioni dirette sul piano politico dal mosaico tribale.

Si resta incantati dalla bellezza del posto, dal suo adagiarsi su un plateau orlato di serras, oltre le quali si precipita nella valle soffocante e malsana dello Chire. Si riconosce il disegno urbanistico coloniale, arioso, con spreco di spazio e ricerca di prospettive. Di notte – complice l’assenza di qualunque illuminazione pubblica – la via lattea è vertiginosa. All’alba la “montagna sacra” alle porte dell’abitato si tinge di rosa e poi di oro sgusciando fuori dalla nebbia. Arrivato il giorno, gli occhi si girano a quanto ci sta attorno, e l’impatto è duro.

Qui la distruzione per violenza diretta e cannibalizzazione è stata più sistematica che a Milange. Morrumbala è stata retrocessa da vila a villaggio: adesso è un enorme insediamento tradizionale di 26.000 abitanti, nel quale si ergono strutture murarie spettrali e inutilizzabili. Per l’intellettuale alieno è emozionante essere scagliato per una notte o due in the heart of Africa, tra cieli stellati, clamori lontani e canti di galli. Ma il contadino sena cui è toccato insediarsi qui è stato privato dell’unica infrastruttura moderna nel raggio di 100 chilometri. A queste rovine non si sono comunicati i flussi economici che hanno ripreso a scorrere nel resto del paese, o anche solo nella capitale provinciale. Ne è emblema il patetico mercato, che ricorda i più bui degli anni ’70 (quelli del mio arrivo): nient’altro che pesce secco, tabacco in treccia, sacchettini di sale.

È realista dire che almeno il 90% del territorio di Morrumbala (distretto) è controllato dalla RENAMO. Perciò ho fatto la rotta terrestre a partire dalle aree governative con gli occhi bene aperti. Gli 80 chilometri di area di guerriglia che si attraversano prima di arrivare a 10 chilometri dalla vila (zona del governo) hanno tre posti di blocco. Sarebbe un’illegalità nei termini dell’accordo di pace, ma fino a poco fa era peggio: non bastava fermarsi, lo si doveva fare con armi puntate addosso, tra interrogatori sospettosi. Adesso tutto è soft: si rallenta un po’ per avvisare i guardiani, che sbucano dai cespugli per alzare un’esile sbarra, e si riprende velocità senza bisogno di fermarsi. Al secondo blocco un ufficiale augura con gentilezza buon viaggio e non resta che applaudire questo servizio di pubbliche relazioni.

Bisogna riconoscere che il movimento di Dhlakhama ha sfoderato fin dall’ottobre 1992 il formidabile asso della disciplina. Quest’esercito obbedisce ai comandi, sia a quello di uccidere che a quello di fermarsi, e ciò non era compreso su questa scala dai cosiddetti analisti, me compreso. Si pronosticavano gruppi scappati di mano, banditismo, warlords, lo sfilacciarsi della dissidenza. Invece la macchina ha risposto all’unisono. Ciò conferma che il sangue fatto versare era programmato, altro che fuochi incrociati, tragici incidenti e simili. È un dato di fatto che le aree ribelli sono socialmente più sicure di quelle governative: nello stato legale non c’è lo stesso grado di “pace sociale”.

Guardo con perplessità questi “vincitori” che siedono su cumuli di rovine calcinate senza chiedersi in cosa consiste il trionfo che reclamano. Il viaggio comunque non è idilliaco: non mi sfugge che il conduttore sta attentissimo a mettere i pneumatici sulle tracce del camion che ci ha preceduto. Quindi lo sminamento delle strade effettuato dalle Nazioni Unite è un’ assumption valida fino a quando non c’è una deflagrazione, e questa potrebbe toccare anche a noi.

È molto difficile stimare quanta gente vive da queste parti. C’è una sproporzione netta fra il numero di persone che camminano lungo la strade e le (poche) case che si vedono dal finestrino. Ne deduco che la vecchia residenzialità lungo le vie di transito non ha senso dopo 10 e più anni di perdita di controllo del territorio. Le strade sono infatti uno strumento di contro-azioni dell’esercito, per cui non è difficile immaginare una residenzialità dispersa, e il ritorno in aereo – sorvolando la stessa zona – conferma in pieno quest’ipotesi. A metà percorso un mambo (capo tradizionale) assai anziano chiede un passaggio per sé e la moglie, giovane e bella. Entrambi sono ben vestiti, calzati con splendide Adidas bianche, e questo basta largamente per mostrare differenziazione sociale e prestigio.

Pinda è a 30 chilometri da Morrumbala, sullo Chire che appena un po’ più a Nord entra nello Zambézi. Si attraversano foreste splendide, traboccanti di legni pregiati. Un compagno di viaggio, un piccolo “imprenditore” di Quelimane (così si definisce lui), nel mezzo di una galleria di principeschi jambire, si fa venire l’idea che la prossima volta passerà di qui con camion e motosega. Inizia ad emergere un ceto rampante, incolto e irresponsabile, che guarda al suo paese solo come ad un’area di saccheggio.

Difficile immaginarsi un luogo più desolato del grumo di rovine affumicate di Pinda, sotto un sole rovente, sabbia, polvere … per non dire dei vapori esalati dai canneti in cui si diluisce lo Chire lontano. Tuttavia è un check-point importante, perché è qui che arrivano alla spicciolata, dal Malawi, molti dei ritornati. Se ne aspettano 120.000 solo per Morrumbala, una migrazione biblica. Per ora il flusso è di poche unità al giorno. Tuttavia non è la grandezza del processo a contare, ma la sua costanza, la tendenza a crescere. I campi profughi dall’altra parte della frontiera si stanno decomponendo da soli, senza contare l’ostilità delle autorità e della popolazione malawiana, affamata di terra. Se la pace di qua è credibile, il flusso potrà essere tumultuoso nei prossimi mesi.

Joseph Hanlon e l’aiuto internazionale. Sono fresco di una conoscenza diretta con Joseph Hanlon (analista americano), è stato in occasione della presentazione – presso la London School of Hygiene and Tropical Medicine dell’ (allora) suo ultimo libro: “Mozambique. Who calls the shots?”, James Currey – Indiana University Press, 1991. Non ne rimasi ben impressionato. Hanlon era chiaramente di parte, ma in modo aggressive, polemico. Lo faceva tra un pubblico eccitato, già confluito nella sala di presentazione convinto “a prescindere” dalle sue tesi: la principale essendo che il disastro mozambicano, la guerra (allora) non ancora conclusa, derivava da una congiura internazionale. Il suo modo di argomentare era sottile, ma tendenzioso, volto a concatenare dati e fatti in modo da colpire bersagli stabiliti a priori.

Dopo il giro in Zambézia devo rivedere il mio criticismo. Ad esempio la sua analisi sulle organizzazioni umanitarie non governative (ONG, nell’acronimo usuale) non solo tiene, ma si conferma negli aspetti peggiori. In questa provincia, dove l’andamento della guerra ha più sistematicamente spazzato via i poteri dello stato, l’espropriazione di questi da parte delle organizzazioni è andata molto avanti. Dal punto di vista di chi ha “aiuto” da portare, la Zambézia è adesso un palco smisurato di spettacoli caritativi, grazie alle sue necessità infinite; gli attori di questo show si possono muovere su ampi spazi. Il loro movente – “da nuovi missionari”, come afferra acremente Hanlon – è il protagonismo di immagine e di potere, l’egemonia ideologica sulle popolazioni contadine.

Se ripenso al mio arrivo, quasi una quindicina d’anni fa, e all’area della mia azione (la medicina), le risorse oggi in campo sono incomparabilmente superiori; ma il prodotto è miserevole di termini di efficacia e qualità. La differenza? A parte il diverso clima morale, che era anch’esso una grande risorsa, allora si operava in un unico sistema, con le parti – più o meno bene coordinate – volte ad un obiettivo comune. Oggi coesistono sub-sistemi in conflitto tra di loro, ognuno con il suo sub-obiettivo da massimizzare.

Tornato a Quelimane, osservo sulle banchine della compagnia Madal, lo scarico della copra. Come cento anni fa. I sacchi luridi escono dal ventre delle chiatte, sul dorso luccicante non di uomini, ma di un sistema di leve muscolari sul quale sta incastrata una testa sudorante e contratta nello sforzo. La Zabézia è così arretrata che questa immonda trazione animale è ancora più produttiva di un piccolo montacarichi alle soglie del XXI secolo.

Se quello che vediamo è un processo di “chimica della pace”, quattro catalizzatori sono in esso identificabili: sono stati essi a permettere alla reazione in corso di andare (per ora) nella direzione buona: 1) la siccità, che ha fiaccato la capacità di combattimento degli eserciti; 2) la pioggia di cibo che l’Aiuto Internazionale è riuscito a far cadere sui contadini subito dopo l’accordo; 3) Le piogge vere, cadute con meraviglioso tempismo dopo l’accordo, che hanno dato – anche con il loro simbolismo – volontà di vita e proiezione nel futuro; 4) in lontananza, i bagliori dell’incendio Angolano – ad ammonire cosa era da aspettarsi se il processo Mozambicano fosse fallito.

La strada verso Alto Molocué attraversa paesaggi da favola: altopiani, vallate, corsi d’acqua esuberanti, montagne imponenti con pareti di rocce che emergono improvvise da una curva, stagliandosi sul verde smeraldo dei boschi. È come un Niassa più accidentato, colmo di gente, con segni diffusi di antropizzazione: campi coltivati, alberi da frutta, bananeti. La vila è stata occupata per un breve periodo dalla RENAMO (1987?), ma non ha sofferto gravi demolizioni: qualche loja bruciata e la banca maldestramente dinamitata, cosicché la cittadina – che ebbe negli anni ’50 un mitico boom – presenta adesso solo i segni di una lenta decadenza, non quelli della guerra, che pure è infuriata attorno.

Il viaggio a Nauela – a una cinquantina di chilometri - porta in una delle zone più magiche del Molocué, alla frontiera con Gurué, in mezzo a montagne nere che emergono come cetacei dallo svaporare delle nebbie. L’aria è piccante, il sole tiepido e incerto fino a mattina inoltrata. Lungo il percorso, solito scenario di distruzione; non c’è un’unica casa salva. Le mine anti-uomo sono in incubo, e – a scanso di sorprese – conviene liberarsi dall’urina in mezzo all’asfalto. L’aspetto del villaggio è miserabile, si vede bene che la popolazione non ha mai pensato a queste capanne come ad una dimora definitiva: basta avere un giaciglio e un tetto. Il “secretário” (del partito) arriva a “orientar” la nostra delegazione con una camicia immacolata, bello rotondo, turgido, pronto ad ogni momento ad esplodere in risate grasse. Solo lui sa le ragioni di questo buon umore.

La grande missione cattolica – ancora intatta – contrasta con le infrastrutture sanitarie devastate. La chiesa e gli edifici che la compongono sono davvero imponenti. Colpisce che negli anni ’50, con metà forse della popolazione degli anni ’80 (quando fu fatto il primo censimento post-indipendenza), i preti abbiano pensato ad un luogo di culto così sovra-dimensionato. All’interno, i pilastri della navata esibiscono marmi rossi. Dietro all’altare un grande affresco, di fattura grossolana, ma denso di significati. Il Cristo è biondo, ma africanizzato da un’abbronzatura carica. Si dispiegano alla sua sinistra (lato del male) donne bianche e nere vestite - tutte - in improbabili gonne settecentesche. A destra si aduna una strana folla, fatta di un prete missionario bianco, un altro europeo che indossa un vestito con giacca e cravatta (un’autorità coloniale?) e una piccola folla di negri – nessuno dei quali assomiglia ad un contadino povero. Ai loro piedi un bambino bianco sta impartendo consigli ad un neretto. Non ci potrebbe essere rappresentazione più esplicita del cristianesimo dell’assimilazione.

Sulle pareti dell’ospedale devastato fotografo un disegno infantile che dà una stretta al cuore: vi sono rappresentate tutte le armi viste a Nauela nel corso della guerra: kalashnikov, elicotteri e persino un Mig in picchiata, con i cannoncini che sputano fuoco. Quindi, senza ricerca nella documentazione militare, si viene a sapere che anche tra questo Eden c’è stata una guerra dall’alto, senza alcuna possibilità di essere selettiva. Ne avevo sentito parlare da un amico pilota militare, che si liberava a confidenze tra una sbornia e l’altra. Mi mancava il punto di vista di chi l’ha subita al suolo, indifeso e innocente.

Nell’unica pensione funzionante a Molocué arriva a sera un gruppo di missionari scozzesi che hanno aperto or ora una missione battista. Il loro aspetto è laborioso e ascetico, bevono solo acqua, parlano a voce bassa e consumano pasti frugali al calar del sole (che qui è alle cinque e mezzo).

Mocuba, dove ho vissuto 2 anni, tra il 1979 e il 1981. Non è stata direttamente toccata dalla guerra, ma solo ora ne vedo la bruttezza, malgrado la superba ansa del Licungo, con le rondini che saettano sotto le campate del ponte. La vila, con le strade incise dall’erosione e coperte di polvere, è un formicaio umano, febbrile di attività economica, commerci e piccoli investimenti: i primi che vedo nel viaggio. Oltre il fiume sta lo scheletro della grande fabbrica tessile costruita alla fine degli anni ’80 e mai entrata in funzione. Mito di quei tempi, in cui si credeva ad un’industrializzazione, alimentata dalla povera cultura del cotone. Adesso viene comodo attribuire alla guerra la fine del sogno, e così ci si risparmiano domande sull’effettiva praticabilità di quel progetto. I candidati privati (egiziani) che sarebbero venuti a rilevare le istallazioni, al momento di occupano della magnifica piscina della città e stanno riattivando una discoteca.

Incontro con A., l’infermiere che andavo a trovare ogni settimana in un “posto” a 80 chilometri, fra grandi campi di cotone in mezzo a colline – oggi base della RENAMO. Mi dice che per anni è vissuto, e traduco alla lettera, “sentendo nausea all’approssimarsi della notte”, sempre aspettandosi che al suo finire ci sarebbe stato l’attacco, che sarebbe culminato in una strage. L’accordo di Roma è invece arrivato prima dell’attacco. A. è invecchiato di almeno 20 anni, non di 11, dal lontano 1982.

Pietre preziose. La coppia sud-africana che mi accompagna è ben strana. È da un mese che i due si aggirano per vaste aree del Centro-Nord a censire unità sanitarie da ricostruire coi soldi di un’organizzazione missionaria, dall’improbabile nome di Christ Hope. Non mi è chiaro perché il miglior modo di fare questa rilevazione sia di scarrozzarli per migliaia di chilometri, in un interminabile inventario, invece di sottoporre loro una lista di ospedali prioritari e – se necessario – di far visitare solo quelli. Il lungo periplo, che io intercetto per caso in un segmento, ha l’aspetto di una vasta prospezione di terreno. Altre cose non convincono. La signora, di origine portoghese, si presente esprimendosi in una lingua stranamente rallentata, come imparata a scuola, ma un giorno la sorprendo a parlare con la caratteristica velocità del portoghese metropolitano, e con la più perfetta intonazione. Il marito di missionario non ha nulla; tracanna birra senza inibizioni e si esprime con violenza e razzismo sui mozambicani. I due poi sanno molte cose, troppe, con dettagli fini, su questo paese: quel tipo di informazioni che solo un lungo soggiorno, o “gole profonde”, permettono di cogliere.

Solo 5 anni fa sarebbero state le classiche spie. Ma oggi non c’è più lavoro per questo tipo di gente, perché i frutti dello spionaggio sono già stati colti con l’andamento della guerra e sanzionati a Roma con un accordo ufficiale. Ne concludo che – più modestamente – si tratta di piccoli avventurieri in proprio, interessati probabilmente a quelle semi precious stones su cui mi hanno fatto una domanda imprudente. Ammesso che esista, Christ Hope non sarebbe che la foglia di fico per infiltrarsi, o un’infrastruttura logistica entro la quale far circolare uomini, soldi e mezzi di trasporto che fingono di ricostruire ospedali. Non mi è sfuggita l’insistenza con cui hanno cercato di imporre l’invio di farmaci dal Sud-Africa per via aerea. Un mezzo del genere, arrivato con un espediente del genere, è vitale per il trasporto sulla via del ritorno di merci ad alto valore aggiunto.

Tutto questo pare pietoso, è un raggiro grossolano e mal recitato al quale non capiscono se i mozambicani credono o fingono di credere. È un fatto che sembrano stare al loro gioco e li portano in giro con spese sostanziose. Che appoggi diplomatici o d’altro tipo hanno? Chi è che – mozambicano – li copre con credenziali?

                

Anche chi non crede deve guardare alle missioni africane con rispetto e attenzione. Sono un modello insolito, atipico di cooperazione. Dopo Roma si annuncia un loro ritorno alla grande. La “cooperazione missionaria” è molto più stabile e solida di quella secolare, perché si basa su approcci e strumenti sconosciuti alla seconda: a) non ha fretta, ha pazienza e senso del tempo. I contratti dei missionari – se si potesse parlare con linguaggio amministrativo – sono tutti molto lunghi; b) c’è un uso sistematico di “tecnologie appropriate”, ciò che è reso possibile dall’ottima conoscenza del terreno, sotto tutti gli aspetti; c) le scienze sociali – in testa l’antropologia – sono usare senza risparmio, ricavandone benefici inestimabili in termini di comprensione della realtà, accettazione, consenso.

Tutto questo crea “programmi” assai stabili, pluridecennali, che crescono in modo fisiologico: hanno un’incubazione, un’infanzia e una maturità. Non si prospettano un declino, né una fine. Non sono le crescite tumultuose e a termine della cooperazione “secolare”, con i suoi cronogrammi forsennati e le sue deadlines fatali. Sarebbe logico a questo punto immaginare che le missioni riescano ad avere la mitizzata “sostenibilità” che ossessiona i cooperatori secolari, invece su questa falliscono anche loro. La missione è pur sempre un inoculo culturale, l’introduzione di energie spirituali aliene, e di risorse cospicue – le une e le altre da fuori.

Lugela. Non parrebbe possibile, ma qui la distruzione è più radicale di quella già vista a Milange, Morrumbala, Nauela. Malgrado la desolazione attorno il Centro de Saúde è stato rimesso in funzione sfruttando ciò che resta di una casetta, sistemata con qualche lastra di zinco. Lo trovo pulito, con lenzuola bianche, e stuoie fissate con chiodi che fanno da separé. Tutti ci lavorano alacremente in mezzo a un mare di donne e bambini venuti a farsi trattare qualcosa. Il giovane direttore fa un’analisi ironica dei donatori danesi, che a un chilometro di distanza stanno ricostruendo alla grande il vecchio ospedale, bombardato e dato alle fiamme. Si rischia di avere in mano in tempi record una struttura che non si saprà come governare, gli edifici non dovrebbero “correre” più veloci degli uomini.

Di nuovo a Quelimane. Aggirandomi per un intero pomeriggio per le piantagioni della Companhia Madal (14.000 ettari solo qui, alle porte di Quelimane, 46.000 in tutta la provincia) ci si rende conto che è matura – in tutta la Zambézia – la questione della terra. L’assetto proprietario dei suoli coltivabili non può essere rimandato a lungo. La pressione della popolazione sui coccheti, le terre nere e intrise d’acqua, le risaie, i pascoli, i canali, sta cadendo sotto gli occhi di tutti.

L’edificio di World Vision a Quelimane si presenta come un quartier generale. Lo è: di una campagna di destabilizzazione ben orchestrata. L’obiettivo è sopprimere ogni capacità dello stato di far funzionare i servizi per la popolazione. Non si bada a prezzi. Gli infermieri sono assunti a salari almeno dieci volte quelli ufficiali, decimando i ranghi: il biasimo per il crollo dei servizi andrà alla vittima e l’organizzazione esterna, diventata provvidenziale, potrà giocare il ruolo di salvatore – nei varchi che lei stessa ha aperto. La destabilizzazione non è finita con la guerra, ha preso nuove strade. La costruzione dell’agenzia americana ha le dimensioni di un palazzo di governo. Si intravvedono un grosso parco macchine, sciami di motocicli e biciclette. Entrano ed escono persone di continuo, come api da un alveare. Tutto questo apparato è per gestire una decina di “Centri Nutrizionali” – dove si distribuiscono latte e pappine ai bambini, e qualche progetto di consegna di sementi. Bisogna tenere a mente il loro motto: “non possiamo nutrire le persone e lasciarle andare all’inferno”, di qui sessioni obbligatorie di preghiera e bibbie distribuite con i sacchi di farina; di qui il simbolo della pagnotta con la croce sullo sfondo.

Vicenza, revisione finita il 22.01.2017