È notorio come sull’etnia macua – di gran lunga la più importante del paese, soprattutto se si considerano tutti i sottogruppi – pesi il giudizio di un sottosviluppo relativo. Ciò l’ha resa doppiamente succube, in tempi successivi: prima del colonialismo, poi delle etnie del Sud. La questione della “dominazione” del Centro-Nord da parte della etnia Tsonga merita qualche precisazione:

1) se questa dominazione c’è essa privilegia un’élite dell’etnia. Basta aggirarsi per certe aree depresse del Sud per trovare sacche di destituzione uguali o peggiori a quelle delle aree più marginalizzate del Centro-Nord. In altre parole, anche il Sud ha i suoi macua, cioè contadini poveri e poverissimi che in nulla hanno beneficiato della sovra-rappresentanza politica dell’élite sudista; 2) questo aspetto a molti non è chiaro, sicché la questione è spesso collocata in termini etnico-tribali, mentre l’ingiustizia ha i suoi bei spessori di classe, del tutto trasversali.

Ruolo dell’élite bianca nel Mozambico post-indipendenza. Buone chiavi potrebbero venire dal libro di Memmi (vedi). L’élite bianca può essere classificata come “colonizzatrice progressista”, con tutta la carica di ambivalenza se non di contraddizione di questo termine, specie dopo la fine ufficiale del colonialismo. Non é un giudizio morale: Memmi ha ragione nel dire che per un bianco in Africa rifiutarsi nel ruolo di colonizzatore implica una ristrutturazione di sé molto dolorosa. È mia impressione che la più parte dell’élite bianca mozambicana non è intimamente passata per il processo individuato da Memmi.

Cosa avranno voluto dire i festeggiamenti di un paio d’anni fa (centenario 1891-1991), cioè quelli per la definizione delle attuali frontiere del Mozambico? Esse seguono all’ultimatum dell’Inghilterra, che fece sfumare il ridicolo sogno del “Mapa cor de rosa”, cioè un territorio portoghese senza soluzione di continuità tra Mozambico e Angola, da Oceano Indiano ad Oceano Atlantico. Vale la pena ricordare che il contorno geo-politico di oggi è il risultato di multiple trattative con gli Afrikaner del Transvaal, con i Tedeschi del Deutsches Ostafrika, infine con i britannici, dopo il tentativo di Cecil Rhodes di allungare le mani sul centro del paese. Il trattato Portogallo-UK del 1891 mette fine ad un contenzioso e prepara l’occupazione vera del territorio, che sarà manu militari con l’arrivo dei “centurioni”. Cos’ha da festeggiare un paese indipendente e nero in questa faccenda? Solo insipienza, incultura storica, oppure il bisogno di ricordare a vicini landlocked, magari anche “alleati”, che le frontiere non si toccano? Zimbabwe, Zambia e Malawi hanno per ragioni vitali gli occhi protesi sull’Oceano indiano e hanno giocato un ruolo (ancorché assai diverso) nella guerra appena finita.

Un amico mozambicano (J. C.) – di ritorno dall’altopiano Makonde – riferisce preoccupato e amareggiato (egli non è di là) la sensazione di isolamento e discriminazione tribale tra quelle popolazioni: qualcosa di nuovo, inedito, dopo l’Indipendenza. Ormai tutti i poteri locali sono in mano di figure dell’etnia locale. Sarebbe sbagliato non valutare questi eccessi all’interno della specificità storica e culturale di quelle terre. Però lì è patente e realizzato ciò che in altre zone del paese è ancora embrionale: la polarizzazione in senso etnico. Ciò va accettato sapendo dove può portare? Chi ha detto che il rispetto culturale di un popolo passa per la discriminazione di tutti gli altri? Idee del genere in Italia vengono in mente ai più truci figuri del localismo. Ma come mai le accettiamo con maggior tolleranza in Africa? Altro problema: fino a che punto l’esigenza di omologazione etnica delle élites, della burocrazia etc. è genuino sentimento della popolazione, o non lo è invece dei suoi “intellettuali” per garantirsi l’occupazione del potere e togliere di mezzo con un facile argomento i concorrenti? Si usano orgogli culturali per consolidare un gruppo sociale. Forse non etnia, ma classe.

Finito il ciclo dell’Indipendenza, il centro gravitazionale del Mozambico (e della sua attuale classe dirigente) è sempre più il Sud-Africa. Del resto la recente evoluzione di questo paese non ha fatto che accentuare un processo in atto da tempo. Il Mozambico, malgrado geografi e politici distratti, non appartiene all’East ma al Southern Africa e fa parte in pieno del sottosistema economico che gravita attorno alle miniere del Rand. Il tempo sembra lavorare in favore dell’allargamento del fossato, a meno che in Tanzania non accadano fatti nuovi. A mano a mano che FRELIMO e Chama cha Mapinduzi declinano e diventa plausibile una loro perdita del potere, è fatale che l’alleanza Mozambico-Tanzania (che è stata prima di tutto legame e reciproca ispirazione fra due partiti) si allenti. Inoltre, la resa rapida del Mozambico al Fondo (monetario internazionale), contrasta con la resistenza più combattiva dei Tanzaniani. Si delineano importanti divergenze.

Il Mozambico attuale è un paese “a bassa forza gravitazionale” sulle sue popolazioni, le quali spesso non si identificavano con questa entità e preferivano guardare altrove per i loro più diversi riferimenti (cultura, commercio, opportunità di lavoro etc.). Vedi il Sud-Save riserva del Rand; l’asse Beira-Chimoio, una sorta di estensione dell’attuale Zimbabwe; l’area Nyanja a spiare al di là del lago, verso il Malawi che sfuma sulla linea dell’orizzonte; i Makonde che si sentono tanzaniani e tutto il Nord ancora polarizzato verso la costa e (indirettamente) verso la cultura zanzibarita.

In Xi-Tsonga sorridere si dice ku hoxa hleko, cioè alla lettera “gettare il sorriso”. Il sorriso quindi è un dono, qualcosa che si offre, un di più che si dà. Il sorriso che danno i piccoli venditori di qualsiasi cosa, dai quali non compro mai nulla e che mi mandano per le parole scherzose che scambio con loro, è davvero una grazia della giornata.

Ricordo di una discussione – febbraio 1986 – appena atterrato a Cuamba, con F./Kurtz. Mi conquistò, in un profondo e appassionato conoscitore del mondo Macua come lui, l’interpretazione della guerra in corso come modalità di reazione ad un cambiamento ambientale e socio-culturale percepito come incontrollabile. Di fronte ad un universo che vacilla introno a te (il tuo cosmo macua), la modalità di risposta che la tua cultura ti ha dato è la liberazione di pulsioni annientatrici indifferenziate, dirette fuori ma – senza saperlo – anche dentro. Esplosione e implosione allo stesso tempo. Trovai tutto questo bizzarro e oscuro, la guerra mi pareva avere coordinate politiche ben leggibili. Ma mi sbagliavo.

Uno dei migliori quadri mozambicani in circolazione, LCJ, mi faceva notare quanto fuorviante possa essere la lettura dei dislivelli socio-economici del paese su linee regionali ed etniche. Detto da uno dell’etnia di Dhlakhama, il giudizio mi sembrò stimolante. È da questionare – secondo lui – un “arricchimento medio” del Sud a vantaggio del resto del paese. Ci sono, certo, nel Sud sacche sfrontate di privilegio, ma anche aree di desolata miseria. Se si cerca bene, gli isolotti di ricchezza si trovano anche in altre zone del paese: Chicualacuale e Mambone (sud) sono infinitamente più povere di Nacala (nord). L’epidemia di fame a Memba del 1989 (5.000 morti) avvenne alle porte di una città (Nacala) la cui classe media gozzovigliava allegramente e si sentiva penalizzata dai sudisti.

Tutti i resoconti che ho avuto fino ad ora sulle aree RENAMO convergono nel rappresentare una società di povertà estrema, al di qua persino di un’economia di scambio. In essa tutta la tradizione rigoglia, rispettata e incoraggiata. La tecnologia moderna è quasi inesistente (eccetto quella che serve per le telecomunicazioni militari, ma ad essa pensano “altri”). Il contatto con le città è visto con diffidenza, anche se ciò vuol dire lasciare a se stesse popolazioni che potrebbero avere i benefici – ad esempio – della medicina moderna. Un’amica belga – biglietto per Bruxelles in tasca – mi descrive con rapimento i suoi cinque mesi ad Inhaminga, un sogno in the heart of Africa: cieli stellati, rulli di tamburi incessanti, fuochi, trionfo della magia. La stessa espatriata tesseva considerazioni socio-antropologiche acutissime su tutto questo, ma era stata palesemente travolta da tanto esotismo.

La spregiudicatezza politica di Dom Jaime lo ha portato persino a manipolare il Papa durante la visita dell’88. Ignaro, o non sufficientemente elucidato, sulla complessità culturale di Beira, il sommo pontefice si allenò a leggere un messaggio di saluto in lingua Ndau per gli abitanti dell’urbe. Al quale, durante la grande messa all’aperto, sarebbe seguito il gelo dei fedeli Sena, in netta maggioranza nella città. Interrogato da un missionario idealista sulla necessità della chiesa africana di farsi povera, lo stesso prelato ha reagito chiedendo all’interlocutore se nel suo paese d’origine i preti studiassero in capanne, o non piuttosto in seminari con ascensore, docce calde e carne (o pesce) tutti i giorni. La fonte è un insider loquace, ma attendibile.

La transizione politica (1994) fa abbottonare e disinibire, a seconda dei casi. Da un appartenente alla cupola si viene a sapere una buona parte della stessa imputa il disastro attuale all’infiltrazione nella FRELIMO di elementi del Partito Comunista Portoghese (PCP): il riferimento è chiaramente ai bianchi che “passarono dall’altra parrte” durante la Lotta di Liberazione. I nomi sono fin troppo noti. Il viraggio pro-sovietico e il radicalismo dottrinario in politica interna sarebbero dovuti interamente a loro. Poi vennero i nemici da fuori, a fare il mestiere di nemici, e scattò la trappola che ben si sa. Da registrare non la fondatezza dei dati di fatto e dell’analisi, ma il fatto che ciò diventi ADESSO un argomento.

La “ruota della Storia” volle che per 80 anni (e in piccola parte per 500) il Mozambico toccasse ad un paese oggi periferico e arretrato del Sud dell’Europa e che così – nelle maglie di “quel” colonialismo – fosse inghiottito nel flusso della civiltà globale. Questa stessa maglia, angusta, offriva però a popoli e culture diverse un’opportunità di convivere e conoscersi, di stabilire legami e di arricchirsi “spiritualmente” su una scala che non sarebbe stata possibile con la dinamica interna all’Africa, e ben oltre le intenzioni del dominatore. A fine anni ‘80un gruppo di uomini (allora) giovani e generosi ha creduto in quell’unità negativa e ne ha fatto un sogno, quindi un progetto politico. Gli errori commessi – alcuni atroci – non dovrebbero oscurare la quanto in quel disegno vi era di giusto, e meritevole di impegno.

Vicenza, revisione del 2016, conclusa il 11.01.2017