Tra Chiesa cattolica e guerriglia antigovernativa (RENAMO) c’è stata una lunga affinità, sfociata nell’appoggio assai concreto che il movimento di Dhlakhama ha avuto al tavolo negoziale di Roma, dopo quello ricevuto sul terreno prima dell’accordo di pace. Questa “militanza” della Chiesa è risultato di più moventi: a) l’anticomunismo, che contava assai prima del 1989. La Chiesa di Giovanni Paolo II ha avuto risposte primordiali di fronte ad esso e non le ha mai cambiate. Il Mozambico meno che mai poteva essere un’eccezione,

soprattutto se si tiene conto che la Chiesa Mozambicana comunque prende le mosse dal passato salazarista (vedi più avanti). Il teorema era schiacciante: la FRELIMO e il suo governo sono comunisti, perciò nemici; chi li osteggia non può essere che nostro amico; b) un mai sopito spirito di vendetta per le nazionalizzazioni, che colpirono a morte la Chiesa nella sua dimensione di potere, la disarcionarono dal suo ruolo sociale, la tolsero prestigio sociale. In Africa come contano i simboli di potere! Anche per la Chiesa. Benché una parte del clero (soprattutto basso) abbia fatto dei mea culpa per le collusioni col potere coloniale, non ci sono ragioni perché l’istituzione nel suo insieme si sia rallegrata della spoliazione subita. Le nazionalizzazioni furono un trauma mai riassorbito. La povertà non è un grande argomento nella polis africana, neanche tra i fedeli della chiesa. La comparsa di un movimento che prometteva di riportare indietro l’orologio della storia anche su quel problema specifico non poteva non essere salutato con una sorta di giubilo, e non solo dalle gerarchie; c) l’antimodernismo. Qualunque giudizio si dia della FRELIMO, ci si deve trovare d’accordo che essa agiva da agente di cambiamento, con precise intenzioni sul modo (rapido) di trasformare la società. La sua azione è stata certamente di “scuotimento” profondo della società mozambicana, sotto il profilo politico, economico e culturale … di qui i “traumi antropologici” dei quali si è a lungo parlato. Che la società dopo il 1975 dovesse cambiare anyway, è un discorso che anche la Chiesa accettava. Il problema è che il movimento al potere ha concepito la Chiesa come un nemico e un ostacolo: non solo per le passate collusioni col regime coloniale (diversamente dalle chiese protestanti), ma anche per la sua “ideologia ruralista”. In effetti la Chiesa, specie in Africa, si è spesso caratterizzata come tutrice dei valori contadini tradizionali. In Mozambico essa è stata non poco faziosa nell’attribuire al marxismo e alla vulgata che ne dava la FRELIMO la disintegrazione di certe regole coesive, ignorando che – in parallelo con le violenze dittatoriali – correva il processo di globalizzazione. L’apparizione nel “mato” di Sofala e Manica di una forza che si richiamava al fondamentalismo bantu, deve essere apparsa alla Chiesa come un evento miracoloso, per il quale – oltre che pregare – valeva la pena impegnarsi in modo più fattivo; d) c’è una quarta ragione, infine, più sottile. Il ruolo della Chiesa nei movimenti politici africani è ben noto: è alle sue scuole che sono spesso andati (per mancanza di alternative) i capi di tante “rivoluzioni nere”. Mentre quelli andati al potere avevano ripudiato l’antico maestro, quelli che li contrastavano si professavano pii e ubbidienti. Insomma, chi dei due poteva essere percepito come dei “nostri”?

 

Letto a Nampula, nel posto giusto, “Mozambico: i valori religiosi del popolo Macua”, di Dalmazia e Rosy Colombo, Bologna, 1988. È una piccola summa dell’atteggiamento dei missionari italiani verso il Mozambico e del loro rapporto con le sue vicende. Non si perde nulla a dare un occhio a questa pubblicistica “interna”, visto il ruolo che la Chiesa ha giocato nella recente storia del Mozambico e l’influenza che (temo) eserciti in questo momento sulla nostra diplomazia.

Il primo problema in cui si dibatte chi dialoga con i missionari è il loro amore per la popolazione “di tutela”, nella quale vivono immersi. Questo amore – profondamente rispettabile – va sempre al di là del movente religioso, e si intreccia con la vita e le scelte di chi lo prova. Quando si ama si idealizza, e i missionari idealizzano i loro rispettivi popoli, oggetti di una passione gelosa, possessiva e protettiva. Capita questo anche alle sorelle Colombo, che scrivono alcune inesattezze, prese come sono dalla volontà di affermare la loro posizione, al prezzo di piegarvi i fatti. A) Non è anzitutto vero che i Macua siano stati solo vittime del traffico di schiavi, ci sono evidenze storiche che l’hanno anche praticato, magari ai danni di altri Macua.; B) Non è vero che la cultura Macua sia inerentemente “pacifica”, remissiva e portata al sabotaggio e alla resistenza passiva come unica forma di contrastare un potere intrusivo. Perché mai allora i colonizzatori portoghesi avrebbero dovuto affidare al miglior militare sulla piazza (di allora) – Mouzinho de Albuquerque - e a un grosso esercito di occupazione la conquista dell’entroterra di Ilha? Le campagne di fine ‘800-inizio ‘900 sono state dure, e niente affatto brillanti per il Portogallo. Le due sorelle si dovrebbero chiedere anche perché l’ordine pubblico a Lourenço Marques era tenuto da truppe indigene Macua. Infine, la recente guerra ha visto i Macua sui due fronti, a farla con impegno, non da vittime inermi. E che dire dell’orda Naparama, schizzata fuori dal mato macua, che ha rovesciato la situazione militare in Zambézia meglio di quanto non abbiano fatto armi e istruttori sovietici? C) Qualche dubbio sulla mansuetudine di queste popolazioni viene anche all’ultimo arrivato, quando gli tocca assistere a linciaggi e altre forme di violenza popolare per direttissima.

Si può certamente ammettere che con il tempo e il duro apprendistato della storia si sia venuta affermando tra alcuni gruppi macua una risposta più duttile (o “saggia”, come dicono le due sorelle con un giudizio di valore) di fronte ai poteri esogeni. Qualcosa del genere avvenne anche al Sud dopo il crollo dell’”Impero di Gaza”: le popolazioni di Zavala e dintorni diedero i natali a fierissimi guerrieri che si opposero a tutti, ma chi oggi metterebbe in dubbio la mitezza “congenita” degli Chope? Non si deve fare storia proiettiva. C’è sempre nei missionari una pulsione di paternità/maternità mancata, che si riveste dell’istinto di buon pastore: esso deve immaginarsi un gregge inerme, o un popolo eternamente bambino da far crescere con pazienza infinita. In realtà anche le pecore hanno la loro storia ed è un peccato scorrerla superficialmente.

E ancora: perché tanta sollecitudine, perché non far fare ai popoli i loro passi e lasciare che sperimentino da soli i loro inevitabili traumi, senza protezioni? I contadini dello Chestershire furono gettati nella fornace della Rivoluzione Industriale senza che nessun missionario si affannasse a lenirne il trauma antropologico, e agli irlandesi toccò emigrare in massa quando le loro patate presero a marcire anzitempo: e divennero americani, subirono in pochi anni una devastante mutazione. Perché la modernizzazione sembra disumana in Africa, e proprio a noi che ne siamo i prodotti? Sembra contraddittoria (v. pag 105) la faccenda sempre cara ai religiosi, della pulsione primaria alla resistenza e all’autopreservazione della cultura. In questo caso la resistenza è dei Macua: “ (…) fuga verso l’interno delle foreste, spargendosi in piccoli raggruppamenti familiari; saggia e formale soggezione al potente di turno (…)”. È difficile mettere d’accordo tale pulsione con la tendenza, dello stesso popolo, ad acquisire gli strumenti dell’educazione formale e – come io stesso ho visto – della medicina moderna. I Macua sono grandi utilizzatori di servizi, si faccia il confronto con gli “impenetrabili” Yao. Sarebbe anche piaciuto, nel libro delle Colombo, qualche parola in più sullo zoccolo socio-economico, invece che culturale, che sta alla base di questi imboscamenti: l’ “imposto da palhota”, il reclutamento compulsivo (si pensi alla Grande Guerra e alla sua ecatombe di portatori), le colture obbligatorie per l’esportazione (caso del cotone) … quella Macua, prima di una cultura da abbattere per la sua troppa innocenza, era un’etnia numerosa dalla quale estrarre forza lavoro a basso prezzo.

Più oltre le Colombo affrontano la pagina per “noi” vergognosa e soprattutto stupida della persecuzione religiosa negli anni 1975-1982, alla quale abbiamo assistito in colpevole silenzio. C’è un po’ di sciocca animosità nella loro versione: si veda l’episodio del soldato bestemmiatore che cade dall’albero mentre asserisce che dio non esiste, a proposito del quale le sorelle mostrano di aver assorbito in pieno le modalità di pensiero magico del mondo che sono venute a convertire. Ma, è un fatto che sui Macua si abbatté una violenza culturale raramente verificata altrove – ci si rinfreschi al riguardo sulle pagine iniziali del grande libro di Christian Geffray.

Un chiodo fisso delle autrici è l’ondata di violenza arbitraria e di processi sociali degenerativi che si sarebbero abbattuti sul Mozambico con l’andata al potere della FRELIMO: corruttela, alcolismo, prostituzione, collasso dei legami familiari … tutto questo è iniziato naturalmente nel 1975, ad opera del marxismo alieno. C’è sempre nei missionari europei in Africa l’utopia regressiva del villaggio incontaminato e del suo abitante buono da preservare dalle insidie della civiltà, o – peggio ancora – dai regimi politici salvifici che invadono la sfera spirituale della Chiesa. Se si guarda bene, tutto ciò non è molto lontano dalle polemiche anti-industrialiste e ruraliste dei clericali veneti a fine ‘800, preoccupati della contaminazione che la fabbrica avrebbe portato tra le loro genti contadine. Ma è possibile fermare l’orologio della storia? La Chiesa ha un problema insolubile con essa e perviene alla rassegnazione di fronte al cambiamento solo dopo averlo contrastato senza successo in ogni modo. Il mondo Macua, con il suo immenso ritardo (persino nel contesto mozambicano) fornisce materiale di prima mano per equivocare e attribuire ad una cultura “primigenia” ciò che appartiene ai processi storici.

Ribattute queste posizioni, non si perde tempo a leggere il lavoro delle Colombo. Gli aspetti antropologici, in particolare la questione del matriarcato (nella quale il Geffray di “Ni père ni mère” si è un po’ intrappolato) sono trattati con chiarezza e semplicità. Anche l’illustrazione del teismo bantu non pare minata dalle convinzioni religiose delle sorelle missionarie. Fra i riferimenti storici, da non prendere sottogamba l’aneddoto del comizio di Samora Machel (1975, nella sua marcia trionfale verso la capitale), che attacca la religione davanti ad una moltitudine di Macua e ne riceve in risposta un glaciale silenzio.

 

Anche nelle file della Chiesa Cattolica mozambicana è in corso un processo di decolonizzazione, che non segue – al pari di quello che accade nelle istituzioni civili – rotte edificanti e lineari. La “negrizzazione” della Chiesa mozambicana fu fatta nel 1975 dall’allora papa Paolo VI, preoccupato di liberarsi il più presto possibile di un clero portoghese fascistoide, compromessosi senza redenzione con il colonialismo. Forse il disegno dell’operazione era “che tutto cambiasse perché nulla cambiasse”. Non pochi mozambicani (al vertice) insinuano che – per le nomine vescovili – l’opzione cadde di proposito su figure mediocri e docili: annerimento di facciata. I fatti però sono andati avanti rispetto a 18 anni fa. Oggi è sempre più chiaro che la Chiesa di Roma ha bisogno di spostare il baricentro sul III Mondo, la sua grande riserva demografica di consenso. Emergono così in Africa e qui in particolare figure ambiziose e carismatiche, proiettate all’occupazione dei poteri temporali, con tratti di nazionalismo nero e spericolate prossimità politiche. Non c’è bisogno di fare il nome di Dom Jaime Gonçalves. Anche “utili idioti” come il vescovo di Quelimane – noti per la loro nullità intellettuale – sentono adesso di dover sfoderare grinta. Da parte dei missionari italiani (disarcionati) volano parole grosse contro gli ax-sottomessi, adesso diventati superiori vendicativi: razzismo, FRELIMO clericale (!!), e via di questo tono. I padri europei sentono adesso insinuare la loro alienità culturale, e l’invito a ridimensionarsi in fretta.

 

Chiesa e gestione delle tragedie. Un giorno di novembre 1989 la RENAMO attaccò alla grande il distretto di Inhassunge (nell’isola proprio di fronte a Quelimane) e vi commise, in mezzo alle devastazioni del copione abituale, un eccidio che le fu nocivo sul piano dell’immagine. Arrivati alla residenza dei padri cappuccini, gli uomini di Dhlakhama trucidarono all’arma bianca, in riva ad un canale, tre missionari italiani. Ne rapirono un quarto, che poi sopravvisse e narrò in un libro le vicende che accaddero allora e che gli toccarono poi nel periplo verso la liberazione. Sono stato per tre giorni, a margine di una missione di lavoro, ospite della residenza dei padri di Inhassunge e ho cercato in qualche modo di capire non tanto gli eventi (sui quali c’è ben poco di opinabile e non saputo) quanto la luce che esso getta sul rapporto complesso tra Chiesa e società mozambicana.

L’area della missione gronda ancora della memoria dell’evento. Il portone presenta una placca commemorativa con le foto dei missionari uccisi. La prima cosa che viene mostrata al visitatore è un vialetto che porta al luogo esatto dove si consumò il fatto. Lì si erge un monumento di pietra (l’Africa, Il Mozambico e tre croci che si stagliano sulla vegetazione circostante). Nelle stanze della residenza sono ovunque presenti foto degli assassinati, isolate o assemblate a trittico. Colpisce in particolare quella di Camillo, che ha l’aspetto di un uomo volitivo e imperioso, deciso a prendersi la vita, a viverla intensamente, con sensualità. Le stesse immagini sovrastano i laboratori annessi alla missione, dove tutti i giorni si raggruppano calzolai, falegnami e sarti delle vicinanze. La tragedia ricorre nelle chiacchierate, si capisce che è un incubo a distanza di anni, che non è stata riassorbita la ferita al senso di famiglia di questa comunità. Essa è uno spartiacque. In qualche modo la storia della missione ricomincia da quel giorno.

Non ero a mio agio in questo ambiente, e non per la mia estraneità alla chiesa e per l’imbarazzo dell’atmosfera religiosa, piena di regole e inibizione. Il disagio era per la “gestione” che osservavo della tragedia passata, e che non potevo manifestare. “Quel” giorno dell’89 accadde a Inhassunge un “normale” episodio di ciò che era in corso in Mozambico da almeno 8 anni, e che sarebbe continuato per altri 3. Vi accadde in una scala “standard”, dato che vi furono altrove atrocità ben più gravi, nella stessa Zambézia. Fu l’ennesimo massacro di una guerra senza misura e senza fine. Quel giorno a Inhassunge si incendiò, saccheggiò, stuprò e infine assassinò glacialmente come si veniva facendo da molto tempo.

Poco prima che si compisse l’eccidio dei padri italiani, proprio lì vicino se ne consumò un altro, che non è ricordato da placche commemorative, né monumenti, né scuole. Le vittime sono anonime e non le rievocano prelati o dignitari. Non ci sono per loro cerimonie di memoria collettiva.

Finite le munizioni, 17 soldato del Governo (c’è chi dice 27) si arresero ai militari della RENAMO, illudendosi di essere fatti prigionieri. Vennero obbligati a denudarsi, dopo di che furono sgozzati e pugnalati e lasciati sfigurati sul terreno: il recupero delle uniformi intatte e non lordate getta una luce di infinita miseria su quell’episodio atroce. La terribile appendice dei padri italiani avvenne subito dopo questa mattanza.

Informato di questo, il mio disagio è divenuto intollerabile sentendo usare – e ripetere ossessivamente – la parola “martirio”, usata sempre e solo per i padri. Cos’è un martirio? Chi è un martire? Perché è martirio l’assassinio di uno straniero consacrato al culto e non quella di un cittadino – in quel momento inerme – che obbedisce senza alternative alla legge della sua società? Perché non sono martiri, magari senza morire, le madri mozambicane, che hanno pianto infinite volte i figli risucchiati nel gorgo della guerra? Perché non sono martiri i milioni di contadini mozambicani per i quali questa vita di orrore – 11 anni di guerra – è stato l’unico modo di esistere?

Il cordoglio della missione ha assunto forme che non fanno giustizia al contesto. Si è passati ad una sorta di imposizione del proprio lutto, della propria rievocazione, anche a chi ha avuto copiosamente i suoi lutti, e dello stesso tipo, sulla porta di casa, magari quello stesso giorno, in quella stessa comunità. In situazioni psicologiche strazianti, questa è una manifestazione di razzismo: infatti neppure davanti alla morte, e quale morte, si è uguali. Questo culto selettivo delle vittime mostra che la Chiesa percepisce i suoi uomini venuti a evangelizzare come esseri superiori. Soprattutto lo afferma con gesti che non rendono giustizia e rispetto al mare di sofferenza circostante.

L’eccidio ha inflitto alla Chiesa (non parliamo alla piccola comunità della missione) una ferita affettiva e ha fatto vacillare la sua collocazione nella guerra appena finita. L’assassinio di missionari – come quasi tutte le altre volte - è venuto “dalla parte sbagliata” e l’ha sconcertata. Essa non ammetterà mai una simile insinuazione, ma come interpretare allora certe “spiegazioni” udite a Inhassunge? I padri forse sono stati scambiati per mercenari, o addirittura consiglieri sovietici, … Queste interpretazioni sono dopotutto il punto di vista della RENAMO, l’argomento del “tragico errore” messo avanti da Dhlakhama e dai suoi per riparare la disastrosa impoliticità del fatto. Una buona parte della Chiesa si appaga di aderire a questa chiave di lettura, e rifiuta la lettura più semplice: e cioè che quel giorno del 1989 a Inhassunge è successo un episodio di routine di quella guerra, e che ai suoi padri è toccata - nella carneficina indifferenziata - quello che era il pane quotidiano dei mozambicani poveri.

Revisione del 27.05.2016