Non percorro la Strada Nazionale numero 1 da almeno dieci anni. Si cercano i segni della guerra, e se non lo si fa irrompono loro sotto gli occhi. Il percorso è punteggiato di carcasse di veicoli rovesciati, contorti, bruciati, sventrati da esplosioni. Mi dicono che sono un decimo di quanto è andato distrutto, ed è già un’immagine che mette i brividi. Qualche mano pietosa ha cercato, a periodi fissi, di sospingere questi resti lontano, fuori dalla vista di chi passa per la strada, ma l’erba non è ancora cresciuta abbastanza da occultare un simile memoriale.

La mente non può, decine di volte, non riandare all’efficiente e fulmineo rito di morte consumato infinite volte su questa rotta: gli spari, le urla, i veicoli impazziti e sfuggiti al controllo uomini … poi i colpi di grazia, spesso all’arma bianca. Infine, su morti e moribondi il bagno finale di benzina e il rombo del fuoco. Sull’asfalto ci sono decine di macchie nere indelebili, e raccontano questa vicenda.

Vicino a Taninga, nel distretto di Manhiça, dove sono stati consumati gli eccidi più feroci (in uno di questi sono morte oltre 200 persone, forse 400 – vidi nel 1988 le foto di corpi carbonizzati scattate da un fotografo locale), c’è un aldeia comunal – nientemeno! – la cui popolazione ha vissuto praticamente di saccheggio, spartendo il bottino dopo la consumazione dell’imboscata. Come classificare un comportamento del genere? Era approfittare di un’opportunità creata da altri, o una più organica partecipazione al massacro? Non c’è risposta. Basta sapere che in una guerra civile il bianco-nero non esiste. Essa mette in moto una costellazione di moventi e strategie di sopravvivenza, cui ci si può sottrarre solo fuggendo. Ma se c’è un posto lontano che accoglie; se si resta, si è parte del gioco.

Non è quindi vero che la guerra è stata solo imposta. È divenuta una faccenda e un modo di essere di tutti, non solo dei “protagonisti”. Anche il “pubblico” ha in qualche modo fatto parte dello spettacolo. La guerra, fatta e subita, è entrata nelle fibre più intime della società mozambicana.

Scendendo dalla collina di Chicumbane, un occhio alla Valle del Limpopo, che si spalanca davanti luminosa: è alla fine, la foce del fiume è prossima. Porta i colori chiari della siccità, che gli acquazzoni violenti di dicembre non hanno fatto recedere. Le mandrie di buoi si muovono tra nubi di polvere, sospinte da piccoli pastori in pastrani gialli: una specie di uniforme, portata dal Rand, dalle sue miniere, dal suo cosmo industriale, per questa scuola di durezza e virilità che continua a ruotare attorno al suo centro tradizionale, tihomu, i buoi.

Per tutto il 1992, come già avevo visto con i miei occhi nell’88, la popolazione di Chicumbane – varie decine di migliaia di persone – è vissuta sotto la pressione della guerriglia: davanti all’inettitudine dell’esercito, incapace di difendere una landa disalberata che assomiglia al Polesine, non aveva di meglio da fare che migrare in massa tutti i giorni nella capitale provinciale (Xai-xai), a 12 chilometri di distanza. Uno spostamento grandioso e biblico, tutte le mattine e tutti i pomeriggi, sul quale parecchi sono riusciti a fare fortune. Gli autotrasportatori, ad esempio. E che dire dello sciacallaggio nelle abitazioni abbandonate di notte? Si torna così al tema della simbiosi con la guerra, ai mille processi di degradazione della società che vengono messi in moto.

Xai-xai è una retrovia povera del Rand. Una città cresciuta, del resto come tutta la provincia di Gaza, sul lavoro migratorio nelle miniere del Transvaal. Stavolta ne costato la bruttura: il traffico assordante, le moto con gli scappamenti manomessi, il tanfo di diesel, una nube azzurrognola di inquinamento. Calore, polvere, nubi di zanzare. Le persone sembrano avere facce tese e incazzate, la villania è diffusa, gli uomini sono stati induriti dal lavoro in miniera e dai rapporti sociali del Rand. Ne tornano con mode e canoni di bellezza: basettoni lunghi fino al mento, capelli unti di gelatina. Le diete ricche di grassi li hanno sformati, e le panze spingono tese sui cinturoni di cuoio pieni di borchie. Le prostitute dell’hotel cominciano a lavorare alle sette di mattina. Sono ragazze laide, che ciabattano fragorosamente, senza sorriso. Non tentano neppure di farsi belle.

Si colgono i segni premonitori di invecchiamento nell’incapacità di adattarsi all’infinito squallore degli alberghi: il tanfo dei cessi, i materassi irriferibili, le lenzuola sbrindellate. Durante la notte una sequenza interminabile di schiamazzi, canti di ubriachi, risse, transazioni sessuali grossolane. Ci si sveglia esausti, gli occhi gonfi di sonno, e il sole punge la pelle quando si è appena levato all’orizzonte.

L’acqua è il tallone di Achille di questa provincia con terre ricche e precipitazioni fluttuanti. I cicli piena/siccità vi sono caratteristici, e sembra che la guerra ne abbia fatto perdere la memoria, visto che centinaia di tuguri si allineano lungo il fiume, o nelle basse – in attesa della prossima inondazione. A Chokwé – fin dal tempo coloniale – si è cercato di mettere sotto controllo la faccenda con colossali manipolazioni ambientali, finite con la salinizzazione dei suoli. Nel 1988 ho passato un anno da queste parti: come allora giornate roventi, nubi alte e sfilacciate, tempeste di vento caldo e polvere, poi un brusco raffreddamento, e poi ancora lo stesso ciclo, per settimane, per mesi.

È interessante come la cultura del Sud (Xi-tsonga) incorpori elementi di altre. Junod evidenzia come tutta la terminologia e ritualità connessa con la guerra è zulu, la lingua della casta guerriera dominatrice (i “normanni” di queste parti). Un apporto linguistico ndau è d’altro canto riscontrabile in magia e medicina tradizionale, e tutti sanno dell’inclinazione degli ndau per queste faccende. L’enclave di Mambone, subito a sud del Save, è una specie di capitale spirituale al riguardo. Il Save non è una barriera, come ogni fiume unisce, e la frontiera linguistica ndau-tsonga è sfrangiata. C’è un pezzo di storia comune tra i due gruppi etnici, l’”Impero” di Gaza. Mezza Sofala e Manica appartenevano agli zulu, che reclutavano lì i migliori guerrieri. Fino al 1889 la “capitale” di questa formazione territoriale era Mossurize, cioè ben eccentrica – ai confini con l’attuale Zimbabwe. Le falangi che si fecero sterminare a Magul e Coolela sotto le maxim manovrate dai portoghesi erano ndau.

In un immaginario Mozambico federale una delle identità da costituire sarebbe certamente uno Chopiland. Si tratterebbe di una striscia costiera di 150 km, da Chidenguele-Mandhlakazi a Nhancoongo-Inharrime, o al massimo Cumbana-Jangamo. La larghezza di questa fascia non dovrebbe mai essere superiore ai 30-40 km, cosicché la nuova entità sarebbe uno staterello di 5.000 kmq e forse 200.000 abitanti, come quelli che cercano continuamente di sorgere dall’ex-URSS. Si tratterebbe di un’unità geografica, ecologica e culturale perfetta. Ci si rende conto come non solo le frontiere interstatali, ma anche quelle amministrative interne dell’Africa odierna (ereditate dal colonialismo) ignorano sempre la cultura e la storia delle popolazioni africane.

Ho visitato questo Chopiland pochi giorni fa, e ne ho avuto un’immagine di rapimento. Si scivola per tutto il viaggio in mezzo a ondulazioni che in più punti si innalzano fino a vere colline, fra continui anfiteatri che sembrano di bosco, ma sono in realtà punteggiati di alberi “utili”: manghi, anacardi, mafurreiras. Sullo sfondo, sempre, la linea azzurra del mare, che appare e scompare dietro ai cerchi bluastri delle lagune di fondovalle, oppure alla schiera di dune che strapiombano sul lato di costa. Quando si volge lo sguardo all’interno, approfittando magari di un’elevazione, è un oceano verde: lì finisce per diluizione, senza una chiara frontiera, il mondo Chope e ricomincia in grande entroterra tsonga.

Gli Chope sembrano un popolo senza padrini. Oggetto di odio genocida da parte dell’ “Imperatore di Gaza”, Ngungunyane, e allo stesso tempo resistenti testardi alle voglie di annessione delle “terras da coroa” di Inhambane, sembrano il vaso di coccio tra vasi di ferro. Solo per il fatto di essere dov’erano, l’unica enclave da conquistare per l’Impero di Gaza, asfissiato a Ovest dagli uomini di Sir Cecil Rhodes, o un freno al dilagare delle “terras da coroa”, si sono trovati in tempi diversi – o allo stesso tempo – ad affrontare nemici tra loro antagonici.

Sono proverbiali le umiliazioni inflitte agli Chope nel tempo coloniale. Ad esempio, spettavano a loro i lavori più disgustosi della Câmara Municipal di Luorenço Marques, come quello di raccogliere e svuotare i secchi di escrementi raccolti a domicilio nei quartieri bassi della città. Qualcosa che fa venire alla mente gli intoccabili dell’India. Forse per questo, cioè per reazione, si dice che gli Chope hanno sviluppato una volontà e capacità di riscatto che li porta, più che altri nel Sud, a studiare, leggere, coltivarsi.

C’è una gentilezza in questa terra: per strada si colgono sorrisi, biancore di denti, luccicare di occhi, volti composti, persino bambini che vanno a scuola smartly dressed, come dice stupito un compagno di viaggio sud-africano, che si aspettava un Mozambico affranto. Attorno, terra dissetata dalla pioggia, zolle rosse rivoltate, vegetazione gocciolante d’acqua. In alto c’è una luce inesprimibile. Verso il tramonto, nelle vicinanze del mare, il cielo pieno di nuvole rosee e dorate non può non ricordare quello delle mitologie del Tiepolo.

Tutta la terra Chope odora di caju: le folate penetranti del frutto fermentato, a terra o negli otri, il fumo grigio e oleoso della castanha arrostita, che si stacca dal retro delle abitazioni e arriva fino in strada.

Un sapore unico di questa terra: ukudzu, mafurra, la semente rossa, oleosa, che si gonfia nell’acqua separandosi dal nocciolo e secerne un latte delicato, che qui amano zuccherare. Dietro al vago gusto di panna, quello di zolla bagnata, radice, corteccia d’albero.

Il tratto Lindela-Inhambane, i 28 km dal bivio di Maxixe alla capitale provinciale obbliga ad una visione agghiacciante: una sequenza ininterrotta di rottami di imboscata, grossi veicoli contorti, come iguane folgorate, e contratte nello spasimo della morte. L’ultima carcassa è a soli 12 km dal centro della città. In una terra che non dava supporto politico alla guerriglia. Riaffiora il pensiero – scomodo compagno di tutto il viaggio – sul ruolo di negligenza e forse di collusione che la casta militare ha avuto nella disfatta.

Maxixe. Dalla capitale mi ero disabituato ai tagli di corrente. Qui ci si rimedia con i generatori privati. Il combustibile scorre a fiumi nel mercato parallelo, drenato sicuramente dal canale pubblico. In tutta la provincia non c’è un metro di filo telefonico, appena mesti mozziconi che ondeggiano al vento. Tutto strappato e venduto, il rame è un metallo ricercato. La guerra non c’entra.

Vista da lontano (o dall’aereo) Maxixe è appena una fragorosa stazione di cambio per camionisti: calda, sozza di polvere, piena di prostituzione e malavita. Ma attraversandola, si spalanca agli occhi del visitatore una paradossale “città rurale”, chilometri e chilometri di abitazioni (non solo tradizionali) sotto i cocchi, con orti e minuziose parcellizzazioni. Uno strano esempio di residenzialità che non si sa come classificare: forse in Africa la netta bipartizione urbano-rurale non categorizza bene ciò che è piuttosto un continuum.

Dall’aspetto fisico-ambientale, alla cultura, fino a molti particolari del suo passato, Inhambane è più vicina alla storia della costa arabo-swahili che al Sud. LO attestano la lingua (gi-tonga), l’influsso islamico, la tradizione marinara. Si veda la vicenda, anche in pieno dominio coloniale, del suo contrasto con Lourenço Marques, a lungo misero avamposto; e il fiorire qui del traffico di schiavi, non quello di zanne d’elefante.

Un paio di riflessioni: a) Venezia esportava perline (missangas) in Portogallo, che poi qui erano barattate con schiavi per le isole francesi del’Oceano Indiano o le Americhe, e servivano allo stesso tempo come simboli del potere delle classi dirigenti africane: le stabilizzavano; b) una società austriaca esportò alla fine del ‘700 circa 20.000 denti di elefante dal Mozambico, per farne nella Mitteleuropa palle da bigliardo e tastiere di fortepiano. Ecco dunque il filo conduttore che unisce le nostre bis-trisavole ”impiraresse” (parola di origine greca), o il Mozart dei 27 concerti per piano, alla cultura Tsonga. Questa è la trama stupefacente del commercio, che da secoli ha compattato il mondo in una sempre più stretta unità.

Maxixe. Uno strano gruppo si riunisce all’hotel. Hanno l’aspetto di una setta protestante castigata, con camicie inamidate e cravatte strette al collo. In mezzo a loro troneggia un signore bianco, simile ad un califfo arabo, enormemente obeso, dall’aspetto pallido, malsano e ansimante. Osserva tutto silenzioso, prende appunti e ingurgita lattine su lattine di bibite zuccherate. Vengo a sapere che è una riunione “civile” della RENAMO, il movimento di guerriglia uscito dalla clandestinità. Tutto si svolge nella più completa indifferenza dei camerieri e dei mendicanti, che stringono i clienti in una morsa di questue.

Il cocco fa così parte dell’ecologia di questa terra che nessuno sorride al dirmi che a Inhambane e dintorni esiste, riconosciuta, la professione di trepador de coqueiro – cioè di arrampicatore di cocchi.

Revisione del 18.05.2016