Esercizi di scrittura

Esercizi di scrittura

Ilha de Moçambique, 2012

Si dovrebbe scrivere solo se si riconosce generalizzabilità al contenuto del nostro esercizio: bisogna avere almeno l’impressione che ciò che si narra ha un potenziale di universalità. Che tutti vi si riconoscano, che accettino noi come “portavoce”.

La propria autobiografia potrebbe essere il più affascinante dei viaggi, certo il più discreto e silenzioso, perché si svolgerebbe solo negli spazi della memoria. Eppure, raccontarsi non fa un’autobiografia, bisogna che l “esercizio” illumini la nostra vita – per noi e per gli altri. Ciò che davvero è stata la nostra vita è misterioso, anche per noi che ne siamo i meglio informati.

Non c’è nulla di male nel fatto che lo scrivere svolga funzioni psico-terapeutiche e aiuti l’autore a scacciare i fantasmi che lo turbano. Stendhal, che si sapeva brutto, ha rappresentato protagonisti maschili di schiacciante bellezza, predestinati – diversamente da lui – all’amore ricambiato: come non vedere in essi un Henry Bayle milanais rovesciato? Il problema (in letteratura) è se questi fantasmi parlano agli altri, li con-muovono, se è stata loro infusa vita. Il prodotto della scrittura infatti è come un figlio: una volta nato, non appartiene più a chi lo ha fatto; andrà per la sua strada.

Autobiografia: raccontare la propria vita non è un fatto notarile-registrativo, quali che siano i “materiali e metodi”: diario, memoriale, interviste in tarda età, etc. È piuttosto uno sforzo di interpretazione. Perciò non si tratta solo di tempo e accumulazione di materiali. Ci vuole una maturazione, in modo che il “tempo” (psicologico, non anagrafico) arrivi. A quel punto, avendo noi trovato un senso, una chiave del vivere, un rannodamento con le nostre radici, riordineremo i fatti in una storia fatta per essere visitata dagli altri. Molte autobiografie sono bloccate da una soluzione di continuità fra presente e passato, è questa la chiave che manca. Il loro tempo non arriva, e non vengono scritte.