Editoriali

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Ilha de Moçambique, 2015

Circa 40 anni fa venivo a sapere che il dirigente comunista Gian Carlo Pajetta, allora un po’ più vecchio di me adesso, aveva cominciato a smobilitare la sua biblioteca, regalandone ad amici e conoscenti intere sezioni. Non che Pajetta fosse un “intellettuale”, tutt’altro, come ben sa chi ha vissuto quegli anni, ma allora era impensabile un quadro comunista di quel livello che non si fosse nutrito – come dettava la regola - di centinaia e forse migliaia di letture, molte delle quali considerate “essenziali”. La soffiata veniva da un brillante medico simpatizzante del PCI (nel quale allora militavo), e nascondeva l’apprensione che il gesto implicasse un indebolimento della mente del combattivo uomo politico.

Zingaro, handicappato, omosessuale, mongoloide: gli equivalenti “politicamente corretti” di queste parole, cioé: rom, diversamente abile, gay e down, sono sorti in parallelo a mutati atteggiamenti nei confronti delle realtà che i nomi e aggettivi precedenti esprimevano, rispettivamente:

Non avrei riflettuto a fondo sulla pena e la condizione carceraria senza il lavoro che svolgo da qualche mese al Circondariale di Vicenza. Sapendo di avventurarmi su un terreno che mi era vergine ho evitato di buttare giù – anche solo per le mie “carte” - testi precipitosi, scaturiti da prime emozioni e impressioni. Preso servizio, per molte settimane mi sono limitato a registrare osservazioni e reazioni così come venivano, senza concatenarle. Ho anche ripreso in mano il vecchio Asylums di Goffman

Le note qui raccolte furono stese dopo un breve viaggio in Ruanda nel Febbraio del 2006. A quell’epoca ero consulente in un progetto di sanità rurale del Nord del Mozambico, nel distretto di Moma. Un’organizzazione americana (la Clinton Foundation) voleva convincere me e indirettamente l’organizzazione che appoggiavo (CUAMM, Medici con l’Africa) a sposare un programma “verticale” di lotta all’AIDS. A tal fine mi inserirono in una loro delegazione di studio per imparare la lezione da un progetto in corso nel Sud del Ruanda,

1.

Ci sono stagioni politiche segnate dalla lotta contro un uomo. Il potente di turno rappresenta un blocco di interessi e consensi – e un raccordo di equilibri; ma per varie ragioni la lotta può prendere le fattezza di uno scontro aut/aut per la sua sopravvivenza/eliminazione. Succede però sempre che quest’uomo cade, perché insorgono nuove sintesi politiche, o per semplici ragioni biologiche. Quando si è installato questo tipo di polarizzazione le conseguenze sono long-lasting, e si prolungano ben oltre l’uscita di scena dell’uomo in causa. I nuovi attori sono infatti “cablati” nello stesso schema inerziale: difensori e detrattori ad personam e ad oltranza. Si è creata una sindrome di vedovanza politica. In qualche modo la messa a fuoco della politica – che dovrebbe essere sugli interessi, i programmi, le idee etc. – viene rifratta sull’immagine personale, esecrabile o adorabile di questo o quel leader. Non c’è bisogno di dire cosa succede quando ciò avviene in una società mediatizzata e prona al culto dell’immagine. L’Italia ha vissuto per un ventennio il protagonismo di un regime populista