African Studies

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Ilha de Moçambique, 2007

Tutta la storia dell’assolutismo europeo e i dividendi che ne abbiamo intascato in termini di di civiltà (palazzi, poemi, affreschi, musiche di corte chiesa e teatro, piani di urbanizzazione …) è una vicenda di storno di risorse per la rappresentanza del potere politico dominante. Non c’è eccezione a questa regola: Versailles, Vaticano, Potsdam, Caserta, San Pietroburgo … Il fenomeno ha tanto pesato sul piano economico da essere stato una delle cause scatenanti della Rivoluzione Francese. Vedendo il Palazzo Ducale di Mantova e pensando alle poche decine (centinaia?) di migliaia di abitanti che aveva quel piccolo stato signorile, ho invano chiesto e cercato da dove fossero estratte quelle risorse. Dietro i sublimi dipinti della Sala degli Sposi ci sono stati contadini morti di fame. Non si pensa a loro, soprattutto se non si è letto un certo passo di Brecht. Si pensa a Mantegna. Non c’è però differenza sostanziale tra il gerarca sub-sahariano che si costruisce la villona kitsch in Algarve o in Costa Azzurra e Francesco Giuseppe che fa annettere una nuova ala alla Hofburg. È giusto indignarsi contro i dignitari etiopici che

Leggere la storia degli Africani in termini di conflittualità etnica fino a che punto è una concessione alla visione coloniale, che censiva i popoli dominati secondo linee tribali, e così li classificava anche per i fini della sua amministrazione? Non sarà che oggi, dopo quasi un secolo di colonialismo e decenni di “indipendenza”, altre linee di frattura – più sostanziali – lacerano le società africane e le minano dall’interno?

Non si tratta di affermare una supposta superiorità del concetto europeo-occidentale di stato. La questione è che quando le classi dirigenti africane si vogliono assimilare all’Occidente (cultura, organizzazione, consumo, etc.), a questo punto non viene in mente molto altro che non assomigli allo stato moderno uscito dall’assolutismo illuminato e dalle rivoluzioni borghesi.

Il National Party del Sud-Africa, espressione dal 1949 del nazionalismo afrikaaner, ha contribuito a creare – per la ragione “superiore” dell’Apartheid – uno degli apparati economici più statalizzati e socialistici del mondo. Tutto questo in un baluardo strategico del cosiddetto “mondo libero”. Per ironia della sorte, tocca adesso all’African National Congress, espressione della maggioranza nera esclusa fino a 2 anni fa da ogni rappresentanza e con al suo interno una combattiva minoranza comunista,  tocca a Nelson Mandela che ha passato 27 anni nelle galere sud-africane, demolire questo apparato e procedere a spedite privatizzazioni. Altrimenti, niente crediti internazionali ad un’economia declinante.

Il contadino africano scoprirà che la foresta non esiste più quando, abbattuto o bruciato l’ultimo albero, gli si presenterà davanti irrimediabile il deserto da lui stesso creato. Bisognerebbe però distinguere quanto di questo disastro è frutto delle sue mani, cioè di una cultura disaccoppiata dalla modernità, e quanto lo deve a rapporti internazionali di svariate conseguenze. Sono questi – dopotutto – che lo tengono prigioniero della cosiddetta agricoltura di sussistenza e non gli mettono a disposizione fonti di energia alternative agli ultimi residui di vegetazione primaria del pianeta. Il deserto lo creiamo noi e lui assieme. I pessimisti cosmici dicono che lo crea l’Uomo.